Esordio da scrittore per il giornalista Valerio Grosso: «Canavese luogo ideale per l’horror»
MONTALENGHE. Giornalista, una lunga esperienza come amministratore comunale a Montalenghe e ora anche scrittore: Valerio Grosso, classe 1976, ha pubblicato il suo primo romanzo dal titolo La terra degli insaziabili. Gli abbiamo fatto qualche domanda per saperne di più.
Come è nata la voglia di dedicarsi alla scrittura?
«Ho coltivato la passione per la scrittura fin dalla scuola primaria. Allora erano poesie puerili, esperimenti, poi crescendo mi sono dedicato a poesie più complesse, alla prosa e racconti brevi. Al punto che all’esame di maturità mi presentai alla commissione con una raccolta di poesie. Tutte produzioni mai pubblicate. In età adulta avevo accantonato questa passione, forse perché scrivendo tutti i giorni per lavoro, come giornalista, quella vena più artistica sembrava difficile da far affiorare. Il Covid è stato un momento di riflessione. In quella forzata clausura si è risvegliato in me il desiderio di dare corpo alle mie fantasie. In questo caso quelle più oscure: ho voluto approfondire il mio confronto con la paura ed esorcizzarla attraverso la scrittura».
Un romanzo implica un grande impegno: quanto ci è voluto per dare forma all'idea che aveva in mente?
«Nel mio caso è qualcosa che si è costruito capitolo dopo capitolo. Alla fine mi sono trovato tra le mani decine di pagine e ho cominciato a legarle fra loro, a costruire una continuità narrativa. Per farla semplice, da un’idea originale di mescolare due delle mie principali passioni letterarie, storia e horror, è nato l’embrione di un romanzo che poi si è evoluto nel lavoro pubblicato. Questo percorso ha richiesto tempo, quattro anni per scriverlo, un anno e mezzo per revisionarlo, correggerlo e arricchirlo. È stato difficile tagliare, rinunciare a idee che inizialmente mi sembravano efficaci o interessanti, ma dopo diverse letture non lo erano più».
La terra degli insaziabili: quali sono i temi trattati e come ha scelto il titolo?
«All’inizio il titolo doveva essere solo Gli insaziabili. Questo perché il libro parla di creature a cui il protagonista dà questo appellativo. Ero innamorato di questo titolo, ma online trovai pubblicazioni con quel titolo. Mio malgrado ho dovuto cambiarlo. Sono arrivato a questo perché uno dei temi del libro è il Canavese: la mia terra, che però è anche la loro, quindi è la Terra degli Insaziabili. E mi piace, ne sono soddisfatto. I temi del libro sono diversi: la storia del Canavese distorta attraverso le epoche per l’impronta lasciata da questi mostri, l’evoluzione del personaggio nel corso del racconto, la sua ricerca della conoscenza, ma anche la paura di scoprire l’ignoto e la lotta per superare i propri limiti».
Dove è ambientato il romanzo? Ha preso spunto dalla sua quotidianità?
«Il romanzo è ambientato in varie parti del Canavese. Dalla Valchiusella alla Valle Orco, da Montalenghe a Ivrea. Nei nostri piccoli paesi, castelli, boschi e vallate. Mi sono ispirato a quello che ritengo conoscere meglio: il nostro territorio e la sua ricca storia. Ovviamente mi sono preso la licenza letteraria di cambiarla e spero che i puristi del racconto storico non se ne abbiano troppo a male. Lo spunto dalla quotidianità mi è arrivato dall’attività di sindaco, il protagonista è un dipendente comunale. Ho ricreato molte situazioni che conosco in Canavese e magari qualcuno potrebbe riconoscersi nei personaggi, inventati, che ho creato. In ognuno di loro e nel protagonista c’è un po’ di me stesso, ma anche di persone che conosco».
Da dove è nata l'ispirazione per mettersi a scrivere?
«Io sono un amante del genere horror. Una passione che mi hanno trasmesso i miei genitori che sono scomparsi l’anno scorso, purtroppo troppo presto per vedere il romanzo pubblicato. Loro hanno riempito gli scaffali di casa di ogni genere di romanzo horror e io sono cresciuto divorando quei libri. I miei capisaldi sono Lovecraft, King, Poe, leggende con cui è impossibile confrontarsi. Eppure volevo cimentarmi nel genere che amavo e ho cercato di creare qualcosa di originale, ma anche di ispirarmi a loro, in particolare al maestro di Providence. La scrittura per me è anche un modo per esorcizzare le paure, per scavare nel profondo della propria anima. Guardare nell’abisso e non provare la vertigine di essere inghiottito da esso».
Come ha scelto la copertina?
«Merito della casa editrice Pedrini. Avevamo fatto diversi bozzetti: alcuni erano decisamente terrificanti, mentre quella scelta, forse la più semplice, è al tempo stesso la più evocativa. Lascia intendere che qualcosa di terribile si trovi dietro il velo, ma offre al lettore la possibilità di fantasticare su cosa sia. Non è stato facile convincermi che fosse la scelta migliore, ma ora devo ammettere che avevano ragione». Quanto c'è di lei nel suo libro? C'è un personaggio che sente più vicino?
«Un poco di me c’è in ognuno di essi. Il protagonista è sicuramente quello che incarna di più aspetti del mio carattere, ma non sono io, anzi, il fatto che rimanga anonimo è un modo per invogliare il lettore ad immedesimarsi in lui. Ho voluto che fosse un tipo comune, per niente eccezionale, anzi: lui stesso ama la sua mediocrità. Ma non preoccupatevi, questo non gli impedirà di fare cose eccezionali. In fondo volevo che il lettore potesse immedesimarsi e vivere con lui il suo terrore e le sue sfide».
Sta per iniziare un tour di presentazioni dedicato al libro: quando e dove il primo appuntamento?
«Sì, sono emozionatissimo all’idea. Inizierò da Montalenghe, il mio paese, che mi ha dato tanto e a cui debbo molto, non poteva essere altrove. Il primo appuntamento è previsto per venerdì 13 alle 17 alla biblioteca di Montalenghe in piazza XXV Aprile. La data e l’ora sono volutamente simboliche. Spero di farvi palpitare il cuore con emozioni forti. Io sono teso all’idea di questa “prima” ma, come dicevo, amo affrontare le mie paure. Le altre date le svelerò nel corso dei mesi, coinvolgeranno diversi paesi del Canavese. Mi emoziona molto pensare alle prime recensioni: solo dopo le prime letture saprò davvero se ho fatto un buon lavoro. Lo scopo è far vivere un’intensa emozione e magari regalare qualche notte con la luce accesa sul comodino, far venire il dubbio ai lettori se è una buona idea passare dalla strada buia attraverso il bosco per tornare a casa».
Ha già in mente di scrivere un altro libro?
«In mente? Ne sto scrivendo un secondo, perché la storia raccontata ne La terra degli insaziabili si presta ad avere un seguito. Perché negare un altro po’ di “sana” paura ai lettori? Mi sono già rimesso alla tastiera del computer per un altro romanzo horror. Gli spunti in questo territorio non mancano di certo».