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Lo scopo ultimo della riforma Nordio non è separare le carriere ma scardinare la Costituzione

“Se perdo il referendum lascio lo politica”, promise Matteo Renzi alla vigilia della consultazione popolare sulla sua legge di riforma della Costituzione. Anno 2016. Il referendum lo perdette, lasciò palazzo Chigi e la segreteria del Pd eppure restò in politica. A Giorgia Meloni viene attribuita la medesima promessa. Fatico a credere che la premier abbia commesso lo stesso peccato di ubrys, di superbia, che Renzi pagò caro. E’ abbastanza scaltra per evitare di legare la propria sorte al risultato, incerto, del referendum sulla riforma della Giustizia. Sa che l’esito della consultazione confermativa della legge sarà dirimente rispetto al futuro del suo governo. Se vince il Sì, Meloni potrà veleggiare serena fino alla fine della legislatura, varando la riforma della legge elettorale. Si intesterà il merito della vittoria referendaria, mettendo in riga il riottoso ma innocuo Salvini e l’inquieta Forza Italia che, annusato lo spirito del tempo, cerca sponde nella laguna centista.

Se passasse il No invece Meloni incasserebbe il fallimento del suo revisionismo istituzionale, fallimento che spargerebbe sabbia negli ingranaggi dell’altra riforma di bandiera, il premierato. La legislatura diverrebbe complicata e a Meloni potrebbe convenire affrontare in anticipo la sfida delle urne.

Specularmente l’opposizione percorsa da divisioni e distonie, dalla vittoria al referendum trarrebbe la forza per presentarsi come una alternativa compatta e credibile ad un elettorato confuso e spiazzato dai contorsionismi che tormentano il Pd: da Israele a Gaza, al riarmo europeo fin a torsioni destrorse come la proposta di Delrio di una legge che omologa le critiche ad Israele all’antisemitismo. Elly Schlein avrebbe allora le carte per regolare i conti contro la fronda interna che tenta di tagliarle l’erba sotto i piedi.

In questo scenario liquido gli avvenimenti internazionali segnalano l’abilità tattica di Meloni, specialista nello smarcarsi ai temi scomodi e segnalano l’ambiguità della politica estera del governo. Sui fatti di Minneapolis Meloni non ha speso una sillaba, lasciando a due ministri, Tajani e Foti, il compito di prendere le distanze dalle politiche eversive dell’amico e mentore di Washington. Meloni è maestra nel praticare il benaltrismo che inquina il dibattito pubblico e confonde l’elettorato. Ha attaccato la Giustizia svizzera accusandola per avere concesso la libertà su cauzione ai coniugi Moretti, proprietari del Constellation di Crans Montana. Ha richiamato il nostro ambasciatore e ne ha annunciato il rientro a Berna a patto che la Svizzera permetta alle autorità italiane di partecipare alle indagini. La replica, l’unica possibile in uno stato di diritto: la nostra legge prevede la libertà su cauzione e la politica non interferisce con l’operato della magistratura. Lezione preziosa per tutti coloro che subdolamente lavorano per consentire anche in Italia, istituzionalizzandola, questa indebita invasione di campo.

Lo scopo ultimo della riforma non è tanto la separazione delle carriere fra pm e giudici quanto lo scardinamento della Costituzione. Nordio ha già tracciato il solco: bavaglio alle intercettazioni, preavviso a chi deve essere arrestato o perquisito (sembra una barzelletta, è realtà). Il colpo decisivo dalla riforma della Giustizia. La separazione delle carriere è lo specchietto per le allodole, il pretesto per accendere lo scontro. La sostanza guarda molto più in alto: lo sdoppiamento del Csm e la creazione di una Alta Corte con funzioni disciplinari nel quale il sorteggio sarà riservato, senza filtri, ai membri togati. Mentre i membri laici saranno accuratamente selezionati dai partiti, in ragione della loro obbedienza ai medesimi.

Recita nero su bianco il testo della riforma. “L’intervento di riforma attribuisce alla legge ordinaria il compito di determinare gli illeciti disciplinari, le relative sanzioni, la composizione dei collegi e le forme del procedimento disciplinare, nonché di stabilire le norme necessarie per il funzionamento dell’Alta Corte”. Basterà una legge ordinaria per cambiare gli equilibri a favore dell’esecutivo.

Tajani ha messo sul tavolo l’ipotesi di sottrarre la polizia giudiziaria al controllo dei magistrati requirenti, consegnandola al controllo del potere esecutivo. Si guarda al modello americano: il procuratore non persegue come in Italia la ricerca della verità giudiziaria (eventualmente prendendo atto dell’innocenza dell’imputato) bensì la ricerca delle prove con le quali ottenerne la condanna. L’esatto opposto del garantismo sventolato dalla destra.

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