“Ore incappucciato e ammanettato in una casa di Caracas, poi è iniziata la sessione con la macchina della verità”: Trentini racconta la prigionia a Che tempo che fa
“Mi hanno trasportato in una bella casa di Caracas dove sono stato delle ore incappucciato e ammanettato, in attesa, poi mi hanno portato in una stanza molto calda, dove il funzionario mi ha spiegato il funzionamento, mi ha cominciato a fare delle domande insistendo molto sul terrorismo, sullo spionaggio, sul fatto che sono laureato in storia ha provato a dirmi che il servizio militare in Italia è obbligatorio quindi sicuramente lo avevo fatto, io gli ho spiegato che non è più obbligatorio…Abbiamo avuto un dialogo a volte cordiale a volte meno e poi è iniziata questa sessione con la macchina della verità”. Così Alberto Trentini, tornato in Italia dopo oltre 400 giorni di prigionia in Venezuela, ha raccontato a Che tempo che fa il periodo di detenzione e, in particolare, il momento in cui è stato sottoposto alla macchina della verità. “Sono 12 domande, tre gruppi da quattro, tre sono domande che ti possono incriminare tipo: “sei venuto in Venezuela per rovesciare il regime?” e poi c’è una domanda alla quale devi mentire e lo concordi con l’intervistatore, per esempio: “Hai mai litigato con tuo padre?” e io dovevo dire “No”. Io gli ho chiesto se poteva farmi domande meno ovvie…E in sostanza faceva di tutto per farmi sbagliare, e poi era molto caldo, sudavo, hai dei sensori ai polpastrelli e sul collo…Poi borbottavano tra loro facendosi sentire per innervosirmi. Quello che facevano era giustificare ai miei occhi o a quelli del sistema la mia detenzione”.
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