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“Con Alberto Stasi mi viene un affanno pazzesco. La telefonata al 118? Questo caso è un rompicapo e tutto parte da lì”: parla il giudice Stefano Vitelli

“Il caso Garlasco è un rompicapo. Abbiamo troppe difficoltà per dire ‘Oltre ogni ragionevole dubbio’ che Alberto Stasi non è entrato in quella casa. Quando metti in galera le persone, non puoi avere l’affanno di chi corre in salita. E in questo caso mi viene un affanno pazzesco”. A parlare è il giudice Stefano Vitelli, colui che nel 2009 assolse Alberto Stasi in primo grado per non aver commesso l’omicidio di Chiara Poggi. Intervistato a Lo Stato delle Cose, il giudice ripercorre gli elementi che lo portarono a pronunciarsi a favore di Alberto Stasi, dichiarandolo innocente. Durante l’intervista, il giudice ha anche presentato il suo nuovo libro, ‘Il ragionevole dubbio di Garlasco’, in cui espone la sua personale ricostruzione della vicenda giudiziaria e processuale del caso Garlasco.

Durante l’intervista con Massimo Giletti, Vitelli racconta con precisione quali furono gli elementi che lo portarono ad escludere, a suo avviso, la colpevolezza di Alberto Stasi e quindi a giudicarlo innocente per l’omicidio di Chiara Poggi. Tra questi una particolare importanza la rivestì la telefonata che l’allora 24enne fece al 118 per denunciare il presunto ritrovamento del cadavere della vittima: “Quella telefonata l’ho ascoltata tante volte. Nel libro racconto un episodio secondo me molto bello e malinconico con un mio ex compagno del liceo che non leggeva giornali e non sentiva le televisioni. Lui ha avuto un’impressione diversa, non sentiva freddezza, ma ansia e paura”.

Secondo il giudice, dunque, una volta ascoltate entrambe le parti, l’accusa e la difesa, non era possibile escludere con ragionevole certezza che il comportamento di Stasi in quella telefonata fosse segnato da un forte sentimento di paura: “Poniamo che il pm sottolinea che lui non dice che era la sua fidanzata, non corre a soccorrerla, quindi c’è una sospetta freddezza. Poi poniamo che l’avvocato della difesa mi dice che il suo assistito ha sbagliato il numero civico perché ha avuto paura, io non posso dire che quello che mi dice il legale è implausibile. Quando arriva l’ambulanza a Stasi viene misurata la pressione arteriosa, camminava agitato sul vialetto della casa. Siccome in sentenza bisogna motivare, il perché si aderisce a una tesi e perché l’altra tesi è stata giudicata infondata, come faccio a dire che quello che dice la difesa di Stasi non ha una sua plausibilità. Questo è un rompicapo e questo rompicapo parte da questa telefonata”.

Uno dei principali elementi portati dall’accusa, inoltre, fu anche la presunta impossibilità, per Stasi, di essere entrato in quella casa dopo l’assassinio di Poggi e non essersi sporcato la suola delle scarpe con il sangue presente sul pavimento. Anche in questo caso, secondo il giudice, non era così semplice affermarlo con certezza: “I Carabinieri che sono entrati subito dopo di lui avevano le scarpe e i calzari puliti, uno dei due Carabinieri fa due volte e mezzo il tragitto”, spiega Vitelli. Che, però, in un altro passaggio si espone più nettamente: “Alberto non poteva non calpestare anche le più piccole macchie ematiche, non poteva non toccare alcune pozze di sangue. Il problema non è non averle toccate, è che noi dobbiamo dire ‘tu hai toccato alcune macchie ematiche, quindi devono per forza rimanere tracce ematiche sulle tue suole?’”. Ci sarebbero, però, altri elementi che secondo il giudice andrebbero confrontati con la questione del sangue: “Qui c’è tutto il problema delle ore passate, il fatto che il sangue fosse secco. Stasi dice che il corpo di Chiara era in fondo alle scale e il corpo di Chiara, secondo i Ris, è scivolato lentamente. Poi c’è il problema che Stasi aveva poco tempo e non poteva vedere lo scivolamento”.

In merito a questo passaggio, dunque, per Vitelli ci sono “una serie di difficoltà per affermare ‘oltre ogni ragionevole dubbio’ che Stasi non è entrato in quella casa (e ha finto di ritrovare il cadavere, ndr). C’è la difficoltà delle prove sperimentali, che davano risultati molto discordanti, abbiamo la difficoltà dello scivolamento lento. Come ho scritto nel libro, sembra un po’ di correre in salita. Ma quando metti in galere le persone, non puoi avere l’affanno di chi corre in salita, devi riuscire a spiegare linearmente e senza difficoltà gli indizi”. E in questo caso, considerando che “chiunque non poteva non calpestare le macchie ematiche, compreso il Carabiniere che fa due volte e mezzo il tragitto”, Vitelli spiega chiaramente quale fu il suo punto di vista: “Non ce la faccio a motivare che Stasi non è entrato, corro in salita, mi viene un affanno pazzesco”, aggiunge.

Nonostante siano trascorsi quasi 19 anni dall’omicidio, il delitto di Garlasco è tornato sotto i riflettori della giustizia con le nuove indagini della Procura di Pavia su Andrea Sempio, il 37enne accusato per l’omicidio di Chiara Poggi. Con la riapertura del caso, sono state richieste nuove perizie, come la BPA dei RIS di Cagliari, che potrebbe riscrivere completamente la dinamica omicidiaria: “Quantitativamente è importante. Ci sono giornalisti che mi chiamano dicendo di avere delle indiscrezioni, ma la Procura di Pavia è eccezionale, non è uscito nulla perché bisogna aspettare che chiudano le indagini. Ma sono rimasto turbato da quello che dicono. Mi sono riletto la relazione dei Ris di Parma e mi sono messo lì a ragionare”, racconta il giudice.

Vitelli fu il primo che, nel 2009, si espresse a favore di Stasi, giudicandolo innocente. Un esito che fu prima confermato dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano nel 2011 e poi ribaltata dai successivi gradi di giudizio con sentenza definitiva di condanna: “La differenza tra la mia sentenza e le altre? Dalla mia sentenza a quella di condanna probabilmente c’è un approccio metodologico differente. Nella condanna è prevalsa una concezione unitaria degli indizi, si rafforzavano nella loro molteplicità pur con alcune criticità. C’è una conclusione di cui sono convinto, gli indizi vanno visti nella loro autonomia, pesati nella loro precisione, devono essere certi, e nella loro gravità, solo dopo li puoi sommare. La somma di più zeri non dà l’unità”.

Durante l’intervista, pur non entrando nel merito dell’aspetto giudiziario, Vitelli racconta il suo punto di vista umano su alcuni passaggi da lui ritenuti importanti, professionalmente e personalmente. È il caso della famosa bicicletta nera che sarebbe stata vista appoggiata sul muretto esterno all’ingresso della villetta Poggi. Fu una signora, vicina di casa di Chiara, a testimoniare di averla vista intorno alle 9 del mattino in cui è stato commesso l’omicidio. Sull’importanza che avrebbe potuto avere questa testimone, racconta Vitelli, fu fondamentale un suo confronto con sua madre, che lui racconta nel suo libro: “Mi disse: ‘Noi vecchi possiamo anche sbagliare, ma difficilmente abbiamo la malizia di mentire’. Mostro degli aneddoti umani, che non sono decisivi, ma che concorrono nel nostro flusso di coscienza. Io avevo già deciso di fare delle perizie, in fondo siamo in (rito, ndr) abbreviato, non potevo sentire tutti. Poi capii che mia mamma si identificava in quella testimone, mi ha detto di sentirla e l’ho fatto”.

A meritare una certa attenzione dal punto di vista giudiziario, ricorda Vitelli, fu anche la nota cartella del PC, chiamata ‘Militare’, nella quale Stasi avrebbe conservato del materiale pornografico, che secondo alcuni sarebbe stata vista da Chiara la sera prima dell’omicidio e ciò avrebbe potuto provocare un litigio violento tra i due: “Lì c’è una linea retta, il 12 agosto non vediamo scompensi tra Chiara e Alberto. Chiara pare che sia stata lei a leggere la tesi e a correggerla, poi rientra Alberto Stasi, lavora con continuità alla tesi. Non abbiamo degli sbalzi, non vediamo delle interruzioni”.

Proprio questa ricostruzione porterebbe Vitelli a pensare che non si fosse scatenato un litigio tra Stasi e Chiara la sera prima dell’omicidio: “Ci fosse stato, ti aspetteresti un’interruzione di questa routine di coppia, invece rimane tutto piatto. Non ci sono tentativi di chiamata che lo provano. I moventi vanno provati, non vanno supposti, deve essere la pubblica accusa che lo prova in maniera convincente. E’ improbabile che in quella sera sia montato un litigio, è importantissimo che il litigio sia montato la sera, perché se fosse stato lui non avrebbe avuto tempo di litigare la mattina, siccome i tempi erano molto ristretti. Ma doveva essere un litigio che monta, perché se è successo quello che è successo. Ma dov’è il segnale di un litigio che monta? Noi abbiamo fatto uno sforzo enorme”, conclude.

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