Nel mio libro
Miccia corta c’è anche un apparato iconografico. Una delle fotografie lì contenute, e qui riportata, mostra un corteo sindacale della fine del 1969, successivo alla morte in piazza dell’agente della celere Antonio Annarumma, rimasto accidentalmente ucciso (in uno scontro tra due jeep della polizia, secondo filmati e testimoni) durante scontri tra polizia e manifestanti. Nell’immagine, un operaio tiene alto un cartello che ricorda all’allora presidente della Repubblica:
«Saragat! Operai 171, poliziotti 1».
Dopo la morte di Annarumma si scatenò una virulenta campagna politico-mediatica contro operai in lotta, sindacati e partiti di sinistra, che allora facevano il proprio dovere, cioè sostenevano le classi sociali più deboli e denunciavano, nelle aule parlamentari e fuori, le malefatte dei governi democristiani, talvolta sorretti dai voti del partito neofascista. Quel partito si chiamava Movimento Sociale Italiano, aveva come fondatore e segretario Giorgio Almirante, già capo di gabinetto del ministero della Cultura durante il regime fascista, nonché capo redazione de “La difesa della razza”, rivista antisemita e razzista dell’epoca. In quel partito militarono anche alcuni di coloro che sono attualmente al governo in Italia. E che, naturalmente, sono quelli che più forte strillano in questi giorni, dopo gli scontri di Torino alla manifestazione di protesta per la chiusura di Askatasuna.
A quel partito neofascista si rivolgevano anche le simpatie e si convogliavano i voti di una cospicua parte dei poliziotti e carabinieri dell’epoca. Così come di capi eversivi e di generali golpisti (tra di loro Ciccio Franco e Vito Miceli) poi regolarmente eletti e portati in Parlamento proprio dall’MSI per salvarli dalle rare e sempre inconcludenti indagini giudiziarie, invece molto solerti ed efficienti nella repressione contro operai, studenti e militanti della sinistra extraparlamentare. Pure una parte non marginale della magistratura, infatti, era esplicitamente conservatrice quando non di estrema destra. Del resto, molti dei vertici delle polizie, dei servizi segreti e della magistratura ancora provenivano dai ranghi del regime mussoliniano, essendo stati provvidenzialmente salvati e prontamente reintegrati dalle ripetute amnistie e mancate epurazioni dopo la Liberazione. Epurazioni che, invece, colpirono ed emarginarono i partigiani.
Quelle 171 vittime non hanno mai ottenuto alcuna giustizia. E neppure le vittime della legge Reale: varata nel maggio del 1975 (con l’opposizione del PCI, che però successivamente si schierò contro il referendum abrogativo) limitava il diritto di manifestare e rendeva non perseguibile qualsiasi eccesso o uso improprio delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine; in sostanza una repressione del dissenso e uno scudo penale simile a quello che vuole ora imporre il governo Meloni strumentalizzando gli scontri avvenuti a Torino.
Dall’entrata in vigore di quella legge al 1989 le forze dell’ordine provocarono 254 morti e 371 feriti, un terzo dei quali in assenza di qualsivoglia reato. Uccisioni e ferimenti rimasti regolarmente impuniti. Così come i tanti altri, prima e dopo, avvenuti a opera di uomini e apparati dello Stato.
Erano anni di piombo, ma non nel senso fraudolento divenuto comune, bensì in quello originario del film di Margarethe von Trotta. Successivamente, le polizie, ormai non più controllate e “calmierate” dai partiti della sinistra e da una stampa non asservita, hanno consolidato la propria facoltà di violenza sproporzionata e gratuita in piazza contro manifestanti e dissenzienti, la pretesa di impunità e i propri riferimenti ideologici e politici.
Chi si ricorda dei coretti a Genova quando, dopo aver ucciso Carlo Giuliani in piazza Alimonda, dopo la “macelleria messicana” alla Scuola Diaz, dopo aver rastrellato manifestanti feriti negli ospedali e averli portati alla caserma di Bolzaneto, mentre li torturavano, carabinieri e celerini cantavano: «uno, due, tre viva Pinochet, quattro, cinque, sei morte agli ebrei, sette, otto, nove il negretto non commuove»?
Come del resto nessuno in precedenza aveva chiesto la cacciata o almeno il prepensionamento di quel “professor De Tormentis”, al secolo questore Nicola Ciocia, messo a capo di una squadra di poliziotti torturatori voluta dal ministero dell’Interno contro i militanti della lotta armata, un signore che si faceva intervistare con un busto di Mussolini sulla scrivania e si dichiarava orgogliosamente «fascista mussoliniano».
Non erano né gli anni Cinquanta né più i Settanta: era il 2001. Al governo, con Silvio Berlusconi, vi erano quelli stessi eredi del neofascismo italiano che si erano fatti le ossa nelle sezioni del MSI e che in quei momenti di “democrazia sospesa” (e mai più ripresasi, viene da dire), mentre i massacri e le torture erano in corso, in veste di ministri e di vicepresidenti del Consiglio arringavano e sostenevano le polizie direttamente nella sala operativa della questura e del comando dei carabinieri di Genova e nella stessa caserma di Bolzaneto.
Eppure, allora, pur se non si arrivò a istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta, le opposizioni di sinistra e i media, magari in parte, con prudenze, autocensure e timidezze, contribuirono a fare conoscere la verità dei fatti, a denunciare l’accaduto. Il finale non è stato granché diverso, poiché diversi responsabili in divisa della mattanza genovese furono persino promossi.
Adesso, invece, come mostrano le cronache e il dibattito dopo Torino, il doppio standard e gli strabismi nel giudizio politico e morale sulla violenza si sono fatti senso comune, la torsione della verità è divenuta tanto più spudorata quanto più incontrastata.
Con la memoria, ci è stata infine tolta anche la voce e la volontà di stare dalla parte del torto, quella degli oppressi, delle vittime del potere e della repressione.
Non c’è più nessuno, se non minoranze marginali senza più ascolto, che abbia il coraggio di gridare ad alta voce: «Mattarella! Manifestanti 171, poliziotti 1».
Anche perciò quando, dopo Askatasuna, verranno a prendere pure voi – e state pur certi che verranno, perché il fascismo è come lo scorpione dell’apologo – non ci sarà più nessuno a difendervi.
Sergio SegioL'articolo «Mattarella! Manifestanti 171, poliziotti 1» sembra essere il primo su Micciacorta.