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«Giudici impegnati per il No hanno deciso sul cambio del quesito: questo è grave». Parla Francesco Petrelli

L’Unione delle Camere Penali Italiane ha appena celebrato l’inaugurazione dell’anno giudiziario con un evento a Roma che ha visto la partecipazione di numerosi esponenti della magistratura e dell’accademia, di tutte le estrazioni, per rilanciare la campagna in favore del sì alla riforma della giustizia, . Ne abbiamo parlato con l’avvocato Francesco Petrelli, penalista con oltre quarant’anni di esperienza professionale, al suo secondo mandato da presidente dell’Unione.

Presidente, come giudica il fatto che la Cassazione abbia accolto la richiesta di un comitato per il No di modificare il quesito referendario?

«Come una decisione che non può essere archiviata come atto meramente tecnico. Nell’elenco dei giudici che l’hanno assunta ci sono magistrati impegnati attivamente per il No o che hanno una storia riconducibile a quelle posizioni. Questo è un fatto grave e preoccupante. Quando si affaccia anche solo il dubbio di una sovrapposizione tra funzione giudiziaria e militanza politica, la credibilità delle istituzioni viene messa in discussione».

Teme che quanto accaduto possa avere un impatto sulla campagna e sull’esito del referendum?

«Noi non abbiamo paura del confronto. Nei territori delle Camere penali continueremo il nostro lavoro, ogni giorno, per spiegare le ragioni del Sì e per difendere i diritti dei cittadini. Noi siamo pronti, perché chi quotidianamente lavora per difendere i diritti dei cittadini è sempre pronto».

“La trasversalità del sì” è titolo dell’evento con cui Ucpi ha celebrato l’inaugurazione dell’anno giudiziario a Roma: un messaggio chiaro, questa non è la battaglia di una parte politica ma è una battaglia nell’interesse dei cittadini.

«La trasversalità è sempre stata una caratteristica della nostra associazione. Ucpi ha fatto di questo valore un fondamentale punto di riferimento in tutta la sua attività di politica associativa. Non siamo mai stati alleati di nessun partito ma abbiamo sempre messo al centro della nostra azione i valori del giusto processo, la difesa della dignità della persona, i principi del diritto penale liberale e in questo nostro percorso abbiamo avuto come compagni di cammino coloro che, di volta in volta, si riconoscevano nei nostri valori. Questa idea di trasversalità in questo contesto assume un valore quasi universale perché quest’anno l’inaugurazione dell’anno giudiziario cade in un momento molto particolare perché si sovrappone con il momento più caldo della campagna referendaria nella quale questa idea di trasversalità si pone come unico efficace antidoto alla trappola ideologica nella quale il confronto referendario è stato sospinto».

Il fronte del no ha trasformato la campagna referendaria in una battaglia politica fondata più sulla delegittimazione dell’avversario che sul merito della riforma. D’altronde, Goffredo Bettini ha candidamente ammesso che voterà no perché, nonostante la riforma sia condivisibile, occorre indebolire il governo Meloni.

«C’è un tifo da stadio, una guerra di religione con reciproche scomuniche: una situazione che noi avevamo anticipato con preoccupazione proprio perché eravamo consapevoli del fatto che se si fosse impostata la compagna referendaria dimenticando del tutto l’oggetto della questione, il contenuto delle norme, si sarebbe fatto un danno intanto al clima generale del Paese che di tutto ha bisogno meno che di queste radicalizzazioni e polarizzazioni ma anche ai cittadini che chiedono, di fronte a una questione delicata e complessa, di avere da chi è in grado di farlo – dalla magistratura associata, dalla politica – dei chiarimenti, delle spiegazioni e invece tutti fuggono dal punto centrale del confronto rifugiandosi in slogan e accuse davvero indegne e spropositate che finiscono per eliminare quel poco di rispetto reciproco che dovrebbe essere alla base di ogni confronto politico».

In questo modo si rispetta lo spirito del referendum confermativo?

«No, così facendo lo si tradisce. La nostra Costituzione, nel prevederlo, intendeva porre il quesito alla coscienza e alla conoscenza di ogni singolo elettore, affinché si potesse democraticamente decidere sulle modifiche senza riproporre la contrapposizione parlamentare di maggioranza e opposizione ma ricostruendo trasversalmente una discussione nel merito delle questioni. Il tifo da stadio di questi mesi tradisce tutto questo. In una situazione del genere, per noi è stato naturale impostare la nostra inaugurazione sul tema della trasversalità, valorizzando la posizione di quei magistrati e di quegli esponenti della politica che “scandalosamente” si sono dissociati dalle posizioni espresse dai loro schieramenti di appartenenza. Questo è un messaggio importante per il Paese: il merito deve essere rimesso al centro del confronto e il cittadino deve essere sottratto alla contrapposizione ideologica».

Il Partito democratico nei giorni scorsi ha pubblicato un post nel quale sostanzialmente accusava tutti i sostenitori del Sì di fiancheggiare il fascismo. Una sgrammaticatura che segue l’accusa, che circola da mesi, secondo cui la riforma sarebbe parte integrante di un piano eversivo ispirato al Piano di rinascita democratica della P2.

«Anche gli avvocati delle Camere penali sono stati accusati di essere non democratici perché hanno assunto una posizione che era a favore di una riforma che era proposta da un governo di centrodestra. La nostra risposta è che questa riforma è nata molto tempo prima che venisse propugnata anche da Berlusconi e certamente molto prima che venisse fatta propria dal governo Meloni. È una riforma che ha radici trasversali, appunto. Non bisogna dimenticare che Vassalli stesso era un socialista e, in occasione della emanazione del nuovo codice accusatorio, disse che quel codice non avrebbe potuto funzionare se non si fosse provveduto a una netta separazione delle carriere come precondizione per quello che la Costituzione avrebbe poi definito il giudice terzo di fronte al quale si confrontano ad armi pari accusa e difesa. La storia di questa riforma è molto antica, le riforme costituzionali sono buone o sono cattive ma certamente non vanno giudicate ideologicamente a seconda della parte che le propone, anche perché il sistema giudiziario inefficiente resta, mentre i governi passano. Noi, quando ci spendiamo affinché un quesito referendario passi, pensiamo di fare un servizio a tutti i cittadini».

Questa riforma è figlia di una battaglia decennale dell’avvocatura tutta.

«L’idea della separazione delle carriere è nata insieme all’Unione delle Camere Penali, nei primi anni ’80. Non possiamo non ricordare che il primo progetto di riforma costituzionale di separazione delle carriere è stato depositato in Parlamento dopo che le Camere Penali avevano raccolto oltre 72mila firme. Allora gli avvocati uscirono dai loro studi, scesero per le strade e le piazze delle loro città e aprirono un dialogo fondamentale con tutti i cittadini, raccogliendo le firme necessarie alla presentazione di quella riforma alla quale, sostanzialmente, la riforma Nordio si è adeguata».

Cosa resta di quell’esperienza?

«Quell’esperienza è rimasta non solo nella nostra storia e nella nostra esperienza ma è diventata una sorta di vocazione, perché quell’idea di tornare nelle piazze e nelle strade la stiamo rivivendo nel corso di questa campagna referendaria con l’evento delle 129 piazze per il sì. 129 quante sono le Camere Penali che aderiscono all’Unione e oltre 11mila sono i nostri soci che si stanno mettendo al servizio dei cittadini affinché siano consapevoli nell’esprimere il loro voto. Rispondiamo alle loro domande, forniamo materiale e chiarimenti e credo che questo sia il modo più corretto di interpretare una campagna referendaria così difficile, ad onta di chi intende radicalizzarla spostando la discussione su visioni apocalittiche che possono essere smentite leggendo i pochi passaggi delle norme che conservano in maniera assolutamente coerente l’indipendenza e l’autonomia della magistratura».

Come spiega il fatto che in alcuni contesti l’avvocatura fatichi a far passare il proprio messaggio mentre, di contro, le ricostruzioni allarmistiche dell’Anm, per quanto evidentemente false, trovino terreno fertile?

«Il nostro Paese ha dei deficit profondi per quanto riguarda la cultura del processo, di cui è difficile ricostruire in poche parole le cause profonde: manca una consapevolezza che in altri Paesi si avverte molto di più. La storia italiana, probabilmente, è stata segnata dall’esperienza di Tangentopoli: si è sempre più immaginato che chi difende i diritti del cittadino, chi tutela gli interessi sociali, chi è motore di conquiste e miglioramenti degli equilibri economici e della moralità pubblica, non è la politica ma è la magistratura, in particolare quella requirente. Abbiamo, nel tempo, creato una posizione egemonica per i Pubblici ministeri, ricorderete come il Pm Di Pietro venisse chiamato giudice».

Cosa racconta questo slittamento?

«Il Pm diviene colui che è portatore, di per sé, della verità, l’accusa è il vero. Se poi c’è un giudice che, per avventura, smentisce l’accusa, si tratta di un giudice incapace o peggio corrotto, oppure il meccanismo processuale è fatto apposta per far sì che i colpevoli la facciano franca. Il difensore, quindi, da paladino delle libertà e delle garanzie dei cittadini diventa un losco manipolatore di strumenti processuali fatti apposta per ingannare il sistema. L’Unione ha colto da tempo questa difficoltà e già dal 2014 porta avanti un lavoro di formazione nelle scuole, portando negli istituti superiori la cultura del processo, della Costituzione, delle garanzie. Un investimento fondamentale per consentire che cresca la cultura del processo, in accordo con il ministero dell’Istruzione con cui abbiamo un protocollo che va avanti da anni, registrando numeri straordinari sotto il profilo degli eventi e degli studenti che vi hanno partecipato. È un passaggio fondamentale per la crescita civile del Paese».

Ha ragione chi pensa che la magistratura organizzata sia ormai, a pieno titolo, un vero e proprio soggetto politico?

«Non c’è dubbio che con questa campagna referendaria l’Anm abbia passato il Rubicone. L’idea che potesse assolvere a un ruolo di informazione tecnica è stato smentito anche dalla dichiarata volontà, con questa campagna e con i mezzi che sono stati adottati, di influire in maniera diretta sulla scelta di voto degli elettori. Credo che non esista una definizione più precisa di quella che è l’attività politica di un partito. Questo è un dato del quale dobbiamo prendere atto e dobbiamo tenerlo presente anche per il futuro. L’Anm ne avrebbe dovuto soppesare i rischi sotto il profilo della vita futura della magistratura perché comunque vadano le cose, comunque si concluda questo confronto referendario, non c’è dubbio che ci troviamo di fronte a una magistratura che è uscita decisamente fuori dal binario di quella sobrietà, di quella imparzialità che un ordine costituzionale avrebbe dovuto conservare per il bene proprio, della propria autorevolezza e per il bene di tutti i cittadini che dovrebbero avere nel loro patrimonio questa visione di una magistratura sempre autorevole ed affidabile».

Qualche giorno fa l’Anm, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha organizzato una visita guidata per un migliaio di cittadini presso il Palazzo di Giustizia di Milano. Ne ha dato notizia in un post che recitava: «Abbiamo raccontato i luoghi e il funzionamento della macchina giudiziaria. Letture, conversazioni, processi simulati: tutto per far comprendere qual è il lavoro quotidiano di giudici e pubblici ministeri». Nessuna traccia dell’avvocato nella loro idea di funzionamento della macchina giudiziaria…

«Questo dipende molto dalla posizione egemonica che l’immagine del magistrato ha assunto nella nostra società: un’idea proprietaria della giustizia, dei luoghi della giustizia e del processo. Basti pensare a uno dei mezzi di propaganda utilizzati durante questa campagna dall’Anm nel quale veniva prefigurato uno schema di processo nel quale il Pm era il primo garante dei diritti dell’indagato, al quale poi si aggiungeva il giudice che a braccetto col Pm ne garantiva definitivamente i diritti mentre il difensore veniva relegato in un non meglio specificato ruolo di protettore dell’imputato: questa è l’idea di processo che l’Anm ha voluto trasmettere ai cittadini italiani. E siccome questa egemonia continua a imperare sulla stampa e in molte reti televisive, la battaglia culturale prima ancora che politica per noi sarà molto lunga e complicata. Ma io credo che dal momento che il modello processuale che noi difendiamo e l’assetto della magistratura che noi proponiamo sia il più equilibrato, democratico e moderno, la democrazia e l’equilibrio siano destinati, prima o poi, a prevalere».

Chi è contrario alla riforma sostiene anche che non ci sia alcuna necessità di riformare il Csm, perché la magistratura, con la vicenda Palamara, ha dimostrato di avere gli anticorpi necessari a garantire la propria indipendenza.

«Il sistema correntizio esiste da molto prima che il dottor Palamara cominciasse a gestirlo: la questione relativa al predominio delle correnti è molto più risalente. Nella storia del nostro Csm ci sono stati almeno 8 tentativi di riforma del sistema elettorale perché ci si è resi conto sostanzialmente da subito, con la nascita negli anni ’60 delle correnti, del fatto che quello che doveva essere un organo di garanzia si stava trasformando in un organismo di rappresentanza delle proiezioni partitiche, parlamentari, all’interno dell’organo di garanzia della magistratura, deformandone completamente il profilo. La storia è molto più antica e sono numerosissimi i richiami dei presidenti della Repubblica perché si trovasse un rimedio a questa deriva correntizia nella quale era scivolato il Csm, ormai presidiato da una associazione privata, da un sindacato, quale è l’Anm».

Le posizioni all’interno della magistratura e dei suoi organi sono tutt’altro che monolitiche, eppure la narrazione dominante trasmette un’idea di compattezza.

«Il conflitto interno alla magistratura, al Csm e all’Anm è sempre stato molto aspro anche se spesso dissimulato da uno spirito corporativo talvolta persino più forte di quello che si riscontra nei partiti politici perché il potere gestito dalle correnti nei momenti di difficoltà si ricompatta e consente alla magistratura di resistere, come è accaduto dopo l’affare Palamara, attraverso l’individuazione di pochi capri espiatori ad ogni tentativo di riforma. Speriamo che con questo referendum si riesca finalmente ad avere un sistema di governo della magistratura equilibrato».

Dopo una campagna referendaria così cruenta, quanto sarà difficile ricucire i rapporti tra magistratura e avvocatura?

«Io credo che anche le lacerazioni più profonde siano ricomponibili. Quando si esce dal merito delle norme e si trasferisce il piano di lettura della riforma su contesti totalmente estranei alla volontà espressa dal legislatore, si finisce inevitabilmente su un terreno di scontro che considero inaccettabile. Detto questo, resto fiducioso: penso che una volta che il voto sarà stato espresso, tutte le parti in gioco dovranno concorrere a ridimensionare queste fratture. È già successo più di una volta in questo Paese. Anche perché, nella mia esperienza concreta, molti magistrati con cui sono in contatto non sono affatto coinvolti in questa radicalizzazione: anzi, diversi esprimono posizioni critiche e articolate, lontane dagli slogan e dalle contrapposizioni identitarie. È anche questo che alimenta il mio ottimismo. L’importante è che i cittadini votino bene, votino sì, e non si facciano condizionare dagli allarmismi e dalle chiamate alle armi dell’appartenenza politica. Poi nessuno vorrà praticare rivalse o vendette nei confronti di nessuno. E mi auguro che questo spirito prevalga anche nel caso – che spero non si verifichi – in cui dovesse vincere il no».

 

L'articolo «Giudici impegnati per il No hanno deciso sul cambio del quesito: questo è grave». Parla Francesco Petrelli sembra essere il primo su Secolo d'Italia.

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