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Lang Lang: la musica classica al centro del mondo alle Olimpiadi di Milano-Cortina

C’è una differenza sostanziale tra un grande pianista e un fenomeno culturale. Il primo interpreta la musica. Il secondo la usa per riscrivere il modo in cui il mondo si guarda.

Lang Lang appartiene alla seconda categoria. E quando si siede al pianoforte, non è mai soltanto un pianista. È un’immagine. È un’idea. È un dispositivo culturale.

A Milano-Cortina 2026, mentre l’Inno Olimpico prendeva forma tra le architetture luminose della cerimonia di apertura, la sua presenza non era solo musicale. Era simbolica. Un artista cinese, formatosi tra il Conservatorio Centrale di Pechino e il Curtis Institute of Music di Philadelphia, diventato a vent’anni il primo pianista della sua generazione capace di riempire arene come una rockstar, chiamato a incarnare un momento di unità globale in Italia, patria dell’opera, della tradizione lirica, della teatralità musicale.

Lang Lang nasce a Shenyang nel 1982. Il padre, musicista nell’orchestra della polizia, lo avvia al pianoforte quando ha tre anni dopo averlo visto affascinato da un cartone animato ispirato a Tom & Jerry e alla Rapsodia Ungherese di Liszt. A nove anni vince il concorso nazionale in Cina. A undici si trasferisce a Pechino. A quindici è già negli Stati Uniti. A diciassette sostituisce all’ultimo minuto André Watts al Ravinia Festival con la Chicago Symphony Orchestra: è il momento in cui l’Occidente scopre il prodigio cinese.

Nel 2008 suona alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino: la Cina che si presenta al mondo passa anche attraverso il suo pianoforte. Nel 2009 Time lo inserisce tra le 100 persone più influenti al mondo. È il primo pianista classico cinese invitato come solista stabile da orchestre come i Berliner Philharmoniker e i Wiener Philharmoniker. Incide per Deutsche Grammophon. Collabora con Metallica, Pharrell Williams, John Legend. Fonda una fondazione internazionale per l’educazione musicale. Diventa ambasciatore UNICEF. Riceve una stella sulla Hollywood Walk of Fame.

Nel corso della sua carriera, Lang Lang ha attraversato non solo i grandi palcoscenici della musica classica ma anche contesti culturali e sociali di grande rilevanza pubblica. Sul fronte pop ha collaborato con artisti del calibro di Pharrell Williams e Coldplay, portando il pianoforte oltre i confini convenzionali del genere senza perdere la propria identità. Allo stesso tempo è stato invitato più volte in Francia per partecipare al Gala des Pièces Jaunes, l’evento annuale di raccolta fondi sostenuto dal Ministère de la Santé francese per aiutare i bambini negli ospedali, dove la sua esibizione ha avuto una valenza non solo artistica ma anche civica, incarnando l’idea che la musica sia uno strumento di comunità oltre che di espressione personale. In queste occasioni, il suo nome è diventato simbolo di una visione della cultura che intreccia arte, impegno sociale e responsabilità collettiva, confermando un profilo che attraversa classico, pop e pubblica utilità.

Ma insieme al successo arrivano anche le critiche. Alcuni puristi lo accusano di teatralità eccessiva, di espressività “troppo visibile”. Lui non arretra. Trasforma quella teatralità in linguaggio. E intanto cambia. Se nei primi anni la sua cifra era l’energia teatrale, quasi fisica, negli ultimi progetti – dalle Variazioni Goldberg fino ai concerti più recenti – emerge un controllo più interiore, una concentrazione che non rinnega l’espressività ma la distilla.

Milano-Cortina 2026 arriva in questo momento della sua maturità artistica. Non è più il giovane virtuoso che conquista l’Occidente. È un musicista consapevole del proprio ruolo geopolitico e culturale. In scena con Cecilia Bartoli, in un arrangiamento che fonde solennità olimpica e lirismo italiano, Lang Lang diventa ponte tra tradizione europea e identità asiatica.

Panorama ha parlato con Lang Lang.

Ha suonato alla cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026, un momento seguito da milioni di persone nel mondo. Che cosa ha significato per lei, personalmente e artisticamente, rappresentare la musica classica su un palcoscenico così globale?

È un grande onore essere a Milano per questa straordinaria cerimonia olimpica di apertura, lavorare con la mia cantante preferita al mondo, Cecilia Bartoli, ed eseguire l’Inno Olimpico. Avere questo momento per riunire persone da tutto il mondo nello stesso luogo e trasmettere un grande messaggio di pace globale è qualcosa di davvero speciale. Io cerco sempre di portare la musica classica a un pubblico più ampio possibile e l’apertura delle Olimpiadi è un palcoscenico perfetto per farlo, per raggiungere angoli diversi del mondo. Grazie alle Olimpiadi di Milano, dove la musica classica e l’opera sono parte fondamentale dell’identità culturale, è stata per noi una gioia immensa farne parte.

Le Olimpiadi tengono insieme tradizione e spettacolo. Come ha affrontato una performance che si colloca all’incrocio tra arte, sport e mass media?

Ho amato molto questa versione dell’Inno Olimpico, grazie al nostro direttore musicale Andrea che ha fatto un lavoro straordinario fondendo il canto sportivo e il pianoforte nello stesso momento, e avere la bellissima voce di Cecilia sopra questo arrangiamento è stato davvero qualcosa di meraviglioso da vivere. È stato così bello e così toccante, ti senti come in una zona diversa, anche se c’erano tantissime persone attorno a noi l’atmosfera sembrava molto intima.

L’Italia ha una tradizione musicale profondissima, dall’opera al virtuosismo strumentale. Suonare in questo contesto ha avuto per lei un significato particolare nel rapporto con la tradizione europea?

Sono sempre stato un grande fan dell’opera italiana e sono rimasto travolto nel vedere Verdi, Rossini, Puccini quasi danzare insieme a Milano all’interno del concept creativo della cerimonia. È stata un’idea davvero incredibile nella costruzione della storia e nel creare il concetto delle Olimpiadi Milano-Cortina, tremendamente creativa, e devo dire grazie a tutte le menti che hanno lavorato dietro questo evento e questa cerimonia. L’Italia ha mostrato una parte tradizionale straordinaria ma anche la parte nuova, la moda, l’identità contemporanea, era tutto molto ricercato e penso che il mondo lo abbia davvero apprezzato. Se guardi i commenti sui social sono molto positivi e si percepisce che gli italiani hanno una grande connessione con la propria eredità culturale e con la sua nuova interpretazione, tutti lo hanno capito e lo hanno apprezzato.

Nel corso della sua carriera ha portato la musica classica ben oltre le sale da concerto. Eventi come le Olimpiadi rappresentano il futuro del modo in cui la musica classica può raggiungere nuove generazioni?

Alla fine della giornata io sono un pianista classico e so che molti giovani artisti oggi cercano di fondere generi diversi più di quanto facesse la mia generazione in passato, ed è molto bello che facciano ciò che amano di più, ma quando si suona musica classica bisogna essere molto seri e rispettosi. Se si vuole aggiungere qualcosa sopra, in più, è giusto farlo, ma non bisogna mescolare troppo altrimenti le persone non sapranno più qual è la tua identità, questo è il problema, questa è la sfida. È come il rubato: puoi prenderti delle libertà ma poi devi tornare al tempo.

Le sue esibizioni sono spesso descritte come molto espressive e teatrali. È cambiata la sua idea di presenza scenica dagli inizi fino a Milano-Cortina?

Il mio stile ha sempre avuto un modo drammatico di esprimermi ma negli anni credo di essere cambiato un po’, soprattutto dopo aver registrato le Variazioni Goldberg, penso di essermi calmato e come avete visto ieri non ho fatto molto, sono rimasto semplicemente seduto lì lasciando che il mio cuore scorresse attraverso le dita, tutto qui, e spero che si sia percepita quella stessa naturalezza nel fare musica.

Viene spesso percepito come un ambasciatore culturale della musica classica in Asia e nel mondo. Sente una responsabilità particolare quando sale su palcoscenici simbolici come quello olimpico?

Ho sempre cercato di avvicinare Oriente e Occidente attraverso le mie esibizioni e le mie iniziative e ieri, come performer sul palco olimpico, ho sentito che come cinese era un grande privilegio essere in Italia e far parte di questo evento mondiale. È stato un modo per mostrare il rispetto della Cina verso l’Italia, con amore e passione, attraverso questa collaborazione straordinaria, mi sono sentito molto orgoglioso e se guardate i social cinesi hanno amato le Olimpiadi Invernali italiane, le hanno davvero amate.

Osservando gli atleti a Milano-Cortina ha riconosciuto qualcosa del suo stesso percorso?

Stavo suonando e vedevo tutti gli atleti seduti lì molto vicini a noi, ogni Paese aveva la propria area, erano seduti ad ascoltare la musica e a guardare lo spettacolo e li guardavo pensando che abbiamo così tante somiglianze, loro stanno per affrontare una gara enorme e devono essere così nervosi, estremamente nervosi. Abbiamo cercato attraverso la musica di farli sentire un po’ più rilassati perché molti di loro avrebbero iniziato la competizione la mattina seguente e nei loro volti riconoscevo la stessa sensazione che provo io prima di suonare alla Carnegie Hall, sei felice ma sei nervoso. Per loro è ancora più difficile perché le Olimpiadi arrivano solo ogni quattro anni, hanno preparato tutto per questo momento, le ore di pratica, la disciplina, non è facile, è un lavoro durissimo e auguro loro buona fortuna, e anche a noi stessi dobbiamo continuare nonostante le difficoltà e non arrenderci mai.

C’è stato un momento in cui ha capito che il suo ruolo andava oltre quello di pianista?

La prima volta è stata nel 2004 quando sono diventato ambasciatore UNICEF e il primo viaggio è stato in Africa per visitare bambini colpiti da malaria e HIV/AIDS. È stato molto difficile vedere quella realtà ma mi ha dato qualcosa di fondamentale nella vita, il desiderio di fare di più, di sostenere altri bambini, aiutarli a superare le difficoltà come esseri umani, ed è stato il primo momento in cui ho sentito di non essere soltanto un pianista ma anche qualcuno che può fare qualcosa come operatore sociale, come ambasciatore, per unire le persone e aiutare.

Dopo Milano-Cortina 2026, quali progetti la entusiasmano di più: recital intimi, grandi eventi simbolici o nuove forme di racconto musicale?

La mia parte olimpica è quasi conclusa e ora la carriera continua, la prossima settimana suonerò con i Berliner Philharmoniker il Concerto per pianoforte di Ravel per tre concerti, poi andrò a Vienna per il Terzo Concerto di Bartók, poi Carnegie Hall, Boston Symphony Hall, sono grandi sfide e sto preparando anche una nuova registrazione di Beethoven, sarà una primavera molto intensa e impegnativa ma sono onorato di poter lavorare con i migliori musicisti del mondo e creare momenti speciali. E c’è una cosa importante, voglio passare più tempo con mio figlio, viaggerà molto con me nei prossimi mesi e spero sia importante anche per lui.

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