“Curarsi in Molise è una lotteria. La carenza di personale è estrema, ma i concorsi vanno deserti. Liste d’attesa? Lunghissime, chi può sceglie il privato”
Massimo Peccianti è segretario di Anaao Assomed Molise, associazione rappresentativa di dirigenti medici e sanitari. Da molti anni è presente ai tavoli istituzionali per la sanità molisana, commissariata da circa un ventennio. Nelle scorse settimane, la questione ha ricevuto rilevanza mediatica grazie al presidio in tenda del sindaco d’Isernia Piero Castrataro e la fiaccolata per le vie cittadine, una mobilitazione che ha fatto scendere in strada più di 7mila persone.
Cosa significa curarsi in Molise?
E’ una lotteria. Se non hai un bisogno estremo puoi anche seguire le vie normali e magari aspetti molto tempo. Se invece il bisogno è più urgente, si finisce per cercare un medico privato o un convenzionato a cui sia stata data la possibilità di effettuare quella specifica visita. Tuttavia, non tutti i convenzionati possono fare tutto: alcuni hanno l’autorizzazione per determinate prestazioni, altri no.
In casi urgenti cosa si può fare?
L’unica opzione è il Pronto soccorso, quello c’è sempre. Naturalmente bisogna mettere in conto l’attesa di un’intera giornata. Molti pazienti sono scoraggiati perché sanno che si entra un giorno e si esce quello successivo. Però in caso di necessità non c’è alternativa: è l’unico sistema rimasto. Secondo me, il Pronto soccorso andrebbe potenziato prima di ogni altra cosa.
Tra tutti qual è il problema più grave?
La carenza di personale è veramente estrema. L’Azienda sanitaria regionale del Molise bandisce concorsi in continuazione, ma vanno puntualmente deserti: se un bando è per dieci posti, si presentano in cinque e forse solo uno accetta l’assunzione. In passato sono arrivati medici cubani, alcuni dei quali sono ancora in servizio, e poi ci sono i “gettonisti” che coprono i turni in Pediatria al Cardarelli di Campobasso e a Isernia.
In quali reparti si avverte di più questa carenza?
In Pronto soccorso mancano soprattutto medici e al Cardarelli i turni sono spesso scoperti. Anche le visite specialistiche sono in difficoltà: il servizio non è sempre garantito, specialmente nel fine settimana quando il medico deve essere chiamato in urgenza. Mancano i letti per l’Osservazione breve intensiva e, soprattutto, pesano le difficoltà nel trasferire i pazienti nei reparti. Anche il 118 e la guardia medica stanno soffrendo: molti professionisti sono passati alla medicina generale e diverse postazioni sul territorio sono state chiuse, privando i cittadini di un presidio fondamentale.
Cosa vuol dire oggi prenotare delle visite mediche in Molise?
Sul territorio le liste sono lunghissime, specialmente per le ecografie e la prevenzione del tumore alla mammella. In endocrinologia gli appuntamenti vengono fissati anche a un anno di distanza. A questo si aggiunge una disfunzione cronica del sistema di prenotazione: negli ultimi anni la gestione amministrativa è cambiata quattro volte, segno di un meccanismo che non funziona.
Sono state proposte soluzioni negli ultimi anni?
Le Case di comunità dovrebbero essere un pilastro, ma presentano criticità profonde. Sono stati usati i fondi per ristrutturare i vecchi poliambulatori, ma spesso accorpando gli spazi e dimezzando gli ambulatori degli specialisti, creando disagi a chi ci lavora. Il problema resta la mancanza di personale: i medici di famiglia più anziani non sono tenuti a trasferirvisi e gli altri oppongono resistenza. Senza specialisti e senza integrazione, rischiano di restare cattedrali nel deserto.
Come mai le assunzioni in Molise sono così basse?
Oltre a motivi ambientali legati alle scuole di specializzazione, l’Asrem (azienda sanitaria ndr) non tratta bene i propri medici. Non vengono conferiti gli incarichi dirigenziali previsti dal contratto, il che scoraggia un giovane che vuole fare carriera. Ci sono poi inadempienze economiche: stiamo ancora aspettando il 20% dello stipendio accessorio del 2022. C’è una lentezza amministrativa che scoraggia chiunque.
Questa incapacità gestionale travolge anche i pazienti?
Sulla gestione delle liste d’attesa l’azienda adotta da anni strategie discutibili. Fino allo scorso anno, se a giugno le prestazioni erano sature fino a dicembre, le prenotazioni venivano semplicemente interrotte. È una pratica illegale, ma serviva a far risultare le liste pulite durante le verifiche autunnali: bloccando tutto, a novembre la lista appariva virtualmente azzerata per l’anno successivo.
Qualcuno è intervenuto?
Oggi le prenotazioni restano aperte, ma i tempi sono lunghi. Si usa quindi un escamotage: si chiede agli specialisti di riservare ore per i controlli, ma il sistema spesso non permette di prenotarli. Il venerdì queste ore vengono sbloccate e usate per le prime visite anziché per i controlli. Così, ai controlli aziendali, risulta che le visite siano state ottenute in tempi record, ma il problema del cittadino resta irrisolto.
E questo cosa comporta?
Chi può si rivolge al privato o va fuori Regione, aumentando i costi per la collettività. C’è uno squilibrio con le strutture convenzionate perché alcuni servizi sono stati ceduti da tempo. Per esempio, la neurochirurgia è stata demandata del tutto alla Neuromed- clinica neurologica con sede a Pozzilli e di proprietà della famiglia dell’eurodeputato Aldo Patriciello.
Come si è arrivati a questo punto?
Con la legge Balduzzi si è colta l’occasione per togliere la neurochirurgia all’ospedale di Campobasso. Il problema è che la Neuromed tratta solo il problema neurochirurgico specifico. In caso di incidente stradale, per esempio, un paziente ha bisogno di un approccio multidisciplinare (ortopedico, chirurgo generale, ecc.) che la struttura privata non ha. Così iniziano i viaggi della speranza verso altri ospedali, con costi enormi per la regione.
Quando è cominciata la crisi del pubblico?
Già prima del commissariamento, negli anni Novanta, le leggi nazionali avevano ridotto i posti letto in rapporto agli abitanti. Il disavanzo coincide con l’inizio degli anni Duemila, quando alla Regione erano stati imposti dei tagli alla spesa pubblica per rientrare nel deficit. Ciò ha provocato il blocco di assunzioni e turnover, e un’ulteriore riduzione dei posti letto. In quella fase, l’ente regionale non è riuscito a riorganizzare l’offerta di cura sul territorio.
Erano cambiate le logiche di spesa pubblica?
A un certo punto i servizi sanitari hanno cominciato ad avere dei livelli minimi di popolazione. Il Molise partiva da 300mila abitanti, adesso sono 290mila e sulla carta non dovrebbe avere niente. Già c’è una deroga su alcuni servizi e per questo non ci sono reparti in alcuni ospedali. Lo stesso discorso vale per i punti nascita ed Emodinamica, su cui di recente c’è stata una grande polemica a Isernia, dove il sindaco Piero Castrataro ha cominciato a dormire in tenda. In quel senso però non è stato ottenuto nulla.
Quale sarebbe la soluzione?
Ci vorrebbe una legge nazionale che garantisca un livello minimo di servizi per ogni regione. Oggi questo manca, così come manca una politica capace di imporsi. La responsabilità è divisa tra i vari governi regionali di destra e di sinistra che si sono succeduti. Non si può sempre dare la colpa a chi c’era prima: chi viene eletto deve trovare la strada per risolvere i problemi, perché su chi arriva per ultimo gravano comunque le responsabilità maggiori.
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