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La risposta alla repressione non è la controviolenza, ma una strategia nonviolenta radicale e trasformativa

Nella policrisi sistemica nella quale l’umanità sta precipitando si dispiegano alcune di quelle “tendenze naziste” che il filosofo Giuliano Pontara paventava già agli inizi del XXI secolo: un sistema di violenza globale sempre più osceno e oppressivo, che si manifesta nel dilagare di guerre e genocidi nei conflitti internazionali e delle repressioni nei conflitti sociali; nella concentrazione senza precedenti della ricchezza che vede dodici miliardari più ricchi dei quattro miliardi più poveri della popolazione mondiale; nella normalizzazione dell’orgia di potere senza limiti delle élite occidentali che emerge dagli orrori vomitati dai files di Epstein; nella militarizzazione sempre più spinta della cultura e dell’economia, dell’informazione e della scuola, che travolgono la dimensione civile, in ogni accezione. Un sistema di violenza insopportabile a chiunque non ne sia complice e colluso o talmente vittima da non rendersi conto della violenza subita o rassegnato fino alla sua rimozione. Un sistema da trasformare fin dalle fondamenta.

Dopo una mattina di formazione sulla cultura di pace a studenti e studentesse di una scuola di Bologna, al pomeriggio di sabato 31 gennaio ero al Convegno del Movimento Nonviolento di Verona su Alex Langer “facitore di pace”, mentre man mano arrivavano le informazioni delle violenze al corteo contro la chiusura del Centro sociale Askatasuna di Torino. Di fronte alle immagini, amplificate sui media nazionali, del poliziotto picchiato col martello ho ripensato al giovane Langer, insegnante a Roma tra il 1975 e il 1978, quando nelle manifestazioni di piazza, mentre partecipava con gli studenti alle proteste, il 2 febbraio del ‘77 soccorreva il poliziotto ferito da un colpo di pistola, come testimonia una celebre foto che lo riprende chino sull’agente sanguinate.

Di fronte alle immagini, oscurate dai media nazionali, dei manifestanti inermi picchiati a sangue dai poliziotti a Torino, mentre i black bloc agivano indisturbati, ho ripensato alla trappola della violenza di Genova nel luglio 2001, quando venivano malmenati i nonviolenti per le strade, mentre i devastatori agivano liberamente, prima dell’omicidio di Carlo Giuliani, della macelleria alla scuola Diaz e delle torture nella caserma di Bolzaneto.

Nonostante tutti gli indicatori dimostrino il pieno dispiegamento di un gigantesco sistema di violenza diretta, strutturale e culturale – per usare l’articolazione di Johan Galtung – i cui impatti sulla vita delle persone e sui loro diritti sono peggiori di quelli dei decenni precedenti, di fronte al quale è necessaria la resistenza e la lotta per la sua tramutazione, ogni contro-violenza di piazza – che sia agita da una esigua minoranza o rivendicata dagli organizzatori delle manifestazioni – non solo è eticamente sbagliata ma è contro-produttiva e funzionale al sistema che dichiara di voler combattere.

Nonostante l’ennesimo decreto sicurezza sia un altro passo nel progressivo passaggio dallo stato di diritto allo stato autoritario di un governo che ha l’Ice di Trump come modello di riferimento – “Un fatto di cronaca viene strumentalizzato cavalcando l’onda emotiva dell’opinione pubblica”, scrive l’avvocato Nicola Canestrini, e “la frequenza e l’intensità con cui questo Governo ricorre alla leva securitaria rappresentano un salto di qualità nell’erosione dello stato di diritto” – solo la scelta intenzionale e strategica della nonviolenza è forza resistente e uscita di sicurezza.

Ma la nonviolenza non è mera astensione dalla violenza: è esercizio dei suoi saperi e dispiegamento delle sue tecniche, dall’obiezione di coscienza individuale alla disobbedienza civile di massa. Non è indice di minore, ma di maggiore radicalità: rifiuta non solo i fini ma anche i mezzi dell’avversario e ne costruisce le alternative. La forza della nonviolenza vede nell’altro sempre un essere umano, mai un nemico e per questo spiazza la violenza della repressione che, invece, per funzionare deve trasformare l’altro in nemico, anche “interno”, alimentandone la paura. Un movimento all’altezza della gravità della situazione deve essere capace di sottrarsi ai riti estetizzanti che scimmiottano la violenza dei governi, evitando che un conflitto che coinvolge l’umanità possa essere trascinato nel cul de sac dello scontro di piazza con le forze dell’ordine, che ne occulta tutte le ragioni. Deve trovare la via d’uscita dalla polarizzazione riduzionista tra due soggetti antagonisti, contestatori contro poliziotti, per allargare sempre di più il consenso, la partecipazione attiva e l’impegno consapevole delle persone “normali” in grandi campagne di lotta: il capitiniano “potere di tutti”.

Come accaduto, per certi versi, anche nei mesi scorsi con il sostegno diffuso all’iniziativa della Sumud Flotilla, la cui forza nonviolenta di fronte all’estrema violenza dell’esercito israeliano ha generato larga empatia. Esattamente quello che i poteri repressivi temono più di ogni altra cosa, agendo criminalizzazioni di massa volutamente innescanti quella violenza che dichiarano di voler reprimere. Per questo, accanto alla cultura di pace da diffondere nelle scuole per costruire gli anticorpi al bellicismo, è necessario moltiplicare percorsi di formazione nei movimenti per costruire conflitti nonviolenti. Per essere radicalmente trasformativi, anziché trascinati a diventare ritualmente funzionali.

L'articolo La risposta alla repressione non è la controviolenza, ma una strategia nonviolenta radicale e trasformativa proviene da Il Fatto Quotidiano.

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