«L’Occidente è ancora necessario. I cinesi? Tormentati. E Trump è una grande sveglia». Parla Rampini
«In questo momento sul Continente dove abitate voi è di moda dire che l’Occidente è morto perché l’ha ucciso un certo Donald Trump. Il quale non crede all’Occidente, maltratta gli alleati, calpesta le alleanze: se l’Occidente è in crisi, insomma, è tutta colpa sua. C’è questa tendenza a pensare che Trump stia scrivendo il libro primo della Genesi e tutto il male dell’universo comincia con lui e ed è causato da lui…».
Già: sembra la scorciatoia comoda, per tanti, troppi, per lavarsi la coscienza. O l’incoscienza. Come stanno in realtà le cose?
«Ricordo una data: nel 1962 l’Università di Stanford abolisce il corso storia della civiltà occidentale. Mancano quattro anni all’esplosione di quella contestazione studentesca che avrà il suo epicentro lì vicino, a Berkeley con il Free speech movement, l’antenato del ’68. Già all’inizio degli anni ‘60, in una università che tra l’altro non è non è particolarmente radicale – anzi l’associamo piuttosto a personaggi della Silicon Valley, un ateneo che sforna ingegneri e geni creativi – insegnare storia della civiltà occidentale è considerato disdicevole e sconveniente. Addirittura una cosa che indottrina i giovani e imbottisce il cervello di concetti legati al colonialismo, all’imperialismo, alla superiorità della nostra civiltà. Non sia mai. Non bisogna più insegnare i classici: Aristotele, Platone. Quindi stiamo parlando di un fenomeno in cui Trump ha veramente poco a che vedere».
Siamo alla “diagnosi” di questo Occidente alle prese con le sue nevrosi, come sottolinea Federico Rampini in questo lungo colloquio – del quale riportiamo un’ampia sintesi – tenuto con il sottoscritto durante il convegno “Oltre i sensi di colpa. L’Occidente necessario”, organizzato dall’onorevole Mauro Rotelli a Roma. Una società occidentale “malata” (in convalescenza?) di cancel culture, di dittatura woke e di oikofobia. Come si è ridotto così il corpo sano di una civiltà plurimillenaria? Un’infezione che ha contagiato, eccome, pure l’Italia: che spera, da parte sua, di aver trovato un antidoto efficace in quella risposta pragmatica e conservatrice che alimenta il ponte fra Roma e Washington. Su tutto questo l’analisi del giornalista e saggista italo-statunitense è senza sconti: soprattutto nei confronti proprio di certe élite il cui operato rischia di accelerare artificialmente quel “tramonto” occidentale il cui destino, non ce ne voglia Spengler, non è ancora compromesso. Di certo per Rampini ce n’è per tutti coloro che hanno rimosso, come recita il titolo di uno dei suoi ultimi libri, quel “Grazie, Occidente!” dal proprio orizzonte culturale.
Si tratta dell’autocensura più pericolosa?
«Io mi occupo generalmente di tutt’altre cose, però siccome il mio editore – Mondadori – ha un ramo didattico, mi ha coinvolto anche nell’editoria scolastica. Dovendo scrivere un manuale per i licei italiani, mi sono accorto che anche in Italia non si insegna la storia del progresso o meglio la storia del progresso c’è nella misura in cui si insegna che con la rivoluzione industriale inglese si ha l’inizio della distruzione del pianeta, che da lì comincia la storia dell’inquinamento del cambiamento climatico. Quindi, semmai la parola progresso può essere pronunciata in un’aula scolastica, deve essere accompagnata immediatamente dalle conseguenze distruttive che mettono a repentaglio la sopravvivenza del pianeta o della specie umana sul pianeta. Si ignora naturalmente e volutamente il piccolo dettaglio: che su questo pianeta la metà degli abitanti non sarebbero neanche vivi senza il progresso occidentale, cioè senza la medicina occidentale, l’agronomia, i fertilizzanti chimici scoperti in Occidente; che tutto quello che qui è stato prodotto negli ultimi due secoli e mezzo fa sì che la Cina possa sfamare e tenere in vita 1 miliardo milioni di persone mentre in India un miliardo e 400 milioni di persone non sarebbero letteralmente vive…».
Qui – parlo del dibattito in Europa – ci si concentra solo su Trump. La vulgata lo vuole come la causa, non l’effetto, di questa messa in discussione del paradigma occidentale.
«Venendo dopo una stagione di demolizione sistematica di autostima e orgoglio di sé dell’Occidente, un personaggio come Trump e un pezzo di mondo che fa riferimento a lui si sono chiesti: ma perché volete tenere in vita una cosa che avete spiegato per decenni essere il male assoluto? Abbiamo delle giovani generazioni, anche negli Stati Uniti, che pensano che abbia un senso parlare di Occidente per fare il processo alla civiltà più criminale della storia umana. Quella che ha generato, tra l’altro, il genocidio dei nativi indiani d’America e ogni Columbus Day dobbiamo spiegare ai discendenti di Colombo, agli immigrati italoamericani, che sono gli eredi di un equivalente di Adolf Hitler. Perché, dunque, bisognerebbe mantenere in vita un Occidente che nell’università americane viene insegnato come la civiltà più oppressiva, sfruttatrice della storia umana?».
Europa e Stati Uniti sono i dioscuri d’Occidente. È evidente, però, che questo asse è entrato in crisi: e di questo Trump, J. D. Vance, Rubio se ne lamentano. Uno dei pochi leader che parla della necessità di tenere unite le due sponde a partire dal sostrato dei valori e dall’agenda Nato – lo diciamo fattualmente – è Giorgia Meloni che ha condiviso preoccupazioni e soluzioni con il cancelliere tedesco Merz. Molti altri tifano palingenesi credendo che quella “Maga” sia solo una parentesi. Quanto è pericoloso questo giochetto? Ed è tutta colpa di Trump o le classi dirigenti europee hanno vissuto sotto un ombrello mentre il mondo tornava “furioso”?
«Questa convergenza di vedute tra il cancelliere Merz e la presidente del Consiglio Meloni è interessante: perché sono i due Paesi che in questo momento stanno facendo in concreto le cose più utili per salvare l’Alleanza Atlantica. La prima è aumentare la spesa militare per riequilibrare gli oneri della sicurezza europea. Cosa che gli americani ci stanno chiedendo, letteralmente, dai tempi di Eisenhower. L’altra cosa è riformulare il modello economico e passare da un’economia trainata dalle esportazioni ad un’economia che abbia un motore di domanda interna molto forte. Così non saremo più percepiti come “parassiti” – parassiti della spesa militare americana e parassiti del mercato di consumo americano – che crescono solo nella misura in cui riescono a esportare. Merz sta cercando di fare tutte e due le cose, con Giorgia Meloni c’è chiaramente un’intesa, una comune veduta del rapporto transatlantico: è una direzione di marcia molto interessante. Mi sembra che sia la strada giusta venire incontro a delle esigenze di fondo che Trump pone. Certo il tycoon ha la colpa di urlare ad alta voce, sbattendo i piedi sul tavolo e rivendicando cose che tanti presidenti americani hanno pensato prima di lui. Però, ecco, cominciare a farle è il modo migliore per aprire una nuova pagina della storia dell’Occidente, perché è vero che la Nato in larga parte coincide con l’Occidente ma abbiamo degli alleati molto distanti che sono il Giappone, la Corea del sud, Taiwan: partner interessantissimi perché sono partecipi del nostro sistema di valori, pur non essendo occidentali».
Ucraina, Gaza, Groenlandia. Mettere in discussione la loro difesa ed integrità significa dire addio all’idea di multilateralismo nata dopo la Seconda Guerra mondiale. Eppure il sistema multilaterale non è riuscito né a prevenire né ad affrontarle queste grandi crisi. Gli imperi vecchi e nuovi – Usa, Cina e Russia – ragionano per sfere di influenze. Gli europei, eccetto qualcuno, sono immobilizzati all’idea di una Nation building che parta dalla difesa. Siamo destinati a rimanere un grande mercato ma un grande vaso di coccio geopolitico?
«Invito sempre a liberarsi dalle etichette: a partire dal multilateralismo. Non è mai esistito. Quel mondo perfetto, come i nostalgici oggi lo descrivono, ero quello in cui Bill Clinton lanciava la guerra in Kosovo…. A Mosca e non solo venne percepita come una prepotenza, una violenza unilaterale, l’arroganza di chi se lo poteva permettere perché in quel momento aveva dei rapporti di forza soverchianti in proprio favore. Ogni tanto, poi, sento anche usare anche altri concetti come la pax americana: sempre per dire che Trump ha distrutto quel mondo meraviglioso in cui vivevamo. Bene: per i quattro quinti dell’umanità non è mai esistita una pace americana, salvo per una piccola minoranza di abitanti del pianeta che hanno la fortuna di vivere in Europa occidentale. L’Europa occidentale è l’unico angolino del mondo a cui si può applicare il termine “pax americana”, perché per ottant’anni ce l’ha avuta. E ce l’ha avuta perché c’era una “discreta” presenza militare degli Stati Uniti per cui l’Unione Sovietica poteva mandare le sue truppe a massacrare i polacchi, poi gli ungheresi nel ‘56, Praga nel ‘68, dall’altra parte invadeva l’Afghanistan, ma non ha mai invaso né Berlino ovest né Trieste né Copenhagen. Sì, la pax americana quest’angolo del mondo ce l’ha avuta: a certe condizioni da cui non ha mai voluto trarre tutte le conseguenze».
È in atto un grande rimescolamento geopolitico. Che cosa ci dicono in tal senso i tre scenari di guerra o di crisi a proposito della dottrina Trump?
«A Gaza è tutto ancora in movimento, è tutto molto fluido. Ma una cosa è certa: gli Stati Uniti non sono mai stati così influenti in Medio Oriente, per lo da molti decenni, come lo sono ora con Donald Trump. Cina e Russia sono diventati irrilevanti. L’arbitro sono gli Stati Uniti. Gli arabi stanno facendo un gioco molto interessante, soprattutto il principe Mohammed Bin Salman: improvvisamente invitano alla cautela contro l’Iran. Un gioco di bilanciamento. L’Iran è talmente indebolito e Israele è talmente rafforzato che adesso tutto quel mondo arabo-sunnita conservatore che scivolava con gli accordi di Abramo verso Israele, adesso dice a Trump facciamo una pausa, calmiamo un po’ le acque. In Ucraina le speranze di pace sono un po’ più vicine oggi di quanto non fossero state durante tutta l’amministrazione Biden. E ricordiamoci sempre che se Putin ha invaso l’Ucraina è perché tutti i dirigenti euro-atlantici – a cominciare dalla Merkel e due presidenti democratici americani, Obama e Biden – hanno dato tali segnali di debolezza a Putin che lui ha ritenuto che l’Ucraina se la poteva prendere: tanto non gliene fregava niente a nessuno».
Fino a poco tempo si pensava la stessa cosa della Groenlandia…
«La Groenlandia secondo me è stata un errore gigantesco e non solo secondo me: la stragrande maggioranza dell’establishment repubblicano negli Usa sostiene che se Trump sull’isola si stava zitto sarebbe stato molto ma molto meglio. Perché non ha senso minacciare, offendere, impaurire in quel modo un alleato della Nato. Ma del resto Trump è uno che fa “anche” un sacco di cretinate. L’unica cosa che vedo a suo vantaggio è che ha svegliato la “bella addormentata nel bosco”: perché la Danimarca si occupava di Groenlandia prevalentemente per andare a chiedere scusa agli Inuit, genuflettendosi per tutti i crimini colonialisti della razza bianca, e inondarli di denaro per farsi perdonare le orribili malefatte del colonialismo. Adesso si sono dati una svegliata e una regolata. I metodi di Trump provocano anche queste cose: improvvisamente la bella addormentata apre gli occhi e scopre che esiste un problema militare nell’Artico. Resta poi un altro errore, madornale, questa volta dei danesi».
Quale?
«Hanno commesso una leggerezza imperdonabile nel dare la prerogativa costituzionale agli Inuit di poter chiedere un referendum sull’indipendenza quando vogliono loro. Ora, quando voi date un territorio così strategicamente importante a 54mila persone che sono state allevate sui banchi di scuola a pensare che la razza bianca è malvagia, tant’è vero che gli paga tutti gli anni i soldi del welfare danese per scusarsi. Quando gli dite che se ne possono andare quando vogliono prima o poi si metteranno in vendita al miglior offerente: e se il miglior offerente dovessero risultare la Russia o la Cina? Secondo me la questione è stata chiusa, al momento, perché in America tutti hanno detto a Trump che non può trattare così gli alleati della Nato danesi. Ma fra vent’anni scopriremo che c’è una seconda e una terza stagione della serie televisiva sulla Groenlandia…».
Se esiste un protagonista politico che ha preso in antipatia il canone occidentale è la sinistra nella sua derivazione liberal soprattutto. Ha smarrito l’Illuminismo e lo scetticismo, allo stesso tempo, ed è finita ad aprire le porte al comunitarismo. In Europa il problema che ne deriva è quello di matrice islamica che rischia di riproporre la profezia di Houellebecq. Negli States, invece, lo scenario potrebbe finire per ricalcare quel film recente “Civil war”: la guerra civile. È così?
«Guerra civile è una definizione che uso con molta cautela e generalmente per scartarla. In un Paese dove c’è stata davvero, come gli Stati Uniti, e fu proporzionalmente un conflitto che fece altrettanto morti della Prima guerra mondiale in Europa, è un termine loaded, un po’ troppo carico di significato. Ricordo anche che negli anni ‘60 e ‘70 negli Stati Uniti c’era più violenza di oggi, anche violenza politica, oltre a quella razziale e criminale: pensiamo solo alle Black panthers. Tutto sommato, quindi, questo mi rende ottimista, nonostante la polarizzazione estrema che sta vivendo oggi l’America: gli anni ‘60 e ‘70 erano peggio. Detto ciò c’è stata un’epoca in cui l’America poteva essere considerata un modello di società multietnica: e il modo migliore per capire come ha funzionato è parlare con i nostri italo-americani. Loro raccontano di un Paese dove hanno avuto i loro problemi, hanno anche dovuto superare atteggiamenti di razzismo e discriminazione. Però ti raccontano anche che quella era un’America dove hanno cominciato a imporre ai figli la sera a cena a parlare inglese: ragione per cui la seconda, terza, quarta generazione italo-americana adesso si iscrive ai corsi di italiano perché vogliono recuperare la cultura degli antenati. Insomma, gli italiani immigrati volevano farsi accettare, volevano integrarsi, volevano assimilarsi. E quello era il messaggio forte di un’America che accoglieva ondate gigantesche di immigrazione. Era un Paese con un ceppo culturale molto forte, molto sicuro di sé, con una forte autostima che al nuovo arrivato allo straniero diceva: “Questa è la terra delle opportunità; qui puoi fare fortuna se hai talento, se hai voglia di lavorare qui ti costruirai un futuro che non avevi nel tuo Paese. Però le regole le abbiamo stabilite noi: la costituzione è quella che abbiamo approvato noi nel 1776. Queste sono le regole se ci stai bene, se no te ne puoi anche andare”. E quello è un patto sociale che ha funzionato molto a lungo».
Chi o cosa lo ha distrutto? E i fatti di Minneapolis sono l’ultima stazione?
«Tutto è iniziato a degenerare quando si è imposta una narrazione completamente diversa che diceva l’ultimo arrivato è migliore di tutti noi. Che i poveri della terra sono i buoni e noi siamo i malvagi, che loro devono tenersi stretta la loro lingua, la loro cultura, i loro valori mentre noi…. Eccoci poi in Minnesota dove sono accadute due tragedie: due manifestanti hanno perso la vita per le violenze della polizia, perché l’Ice ha usato dei metodi abominevoli. Però c’è un retroterra che è stato sostanzialmente nascosto. Cioè, intanto il Minnesota è stato il teatro della più colossale frode al welfare americano. Protagonista, a maggioranza, la comunità somala che ha saccheggiato le casse del bilancio assistenziale con truffe a non finire. Le scoperte delle indagini federali risalgono all’amministrazione Biden, quindi non è una pista inventata da Trump: sotto l’amministrazione democratica si è cominciato a scoprire l’enorme responsabilità gravissima del governatore Walz, candidato alla vicepresidenza con Kamala Harris. A quel punto Trump ha mandato le truppe d’assalto per le retate anti-immigrati e queste truppe sono state accolte da una parte della popolazione locale molto militante, molto organizzata, come la Gestapo. Se tu però accogli delle forze nell’ordine come la Gestapo prima o poi qualcuno di loro si comporterà così: ed esattamente quello che è successo. Sono stati accolti, cioè, da una popolazione ostile con delle forme di protesta che non avevano più niente a che vedere con la tradizione della protesta di Martin Luther King, con la non violenza. Gli agenti, dall’altro lato, hanno finito per comportarsi come le truppe di occupazione in Iraq. In uno stato che è il Minnesota, non è l’Iraq».
Si può considerare un epifenomeno?
«Dietro c’è il problema di una società multietnica che ha smesso di funzionare. E il problema esiste – come hai sottolineato nella tua domanda precedente – anche qui in Europa. Lo si riscontra ad Amsterdam, a Londra, a Parigi e, seppur con un’intesità minore, anche in Italia. Ci sono piazze europee dove su Israele e Gaza la presenza e l’importanza di una lobby di immigrati islamici è diventato un condizionamento fortissimo. Ed è un condizionamento duplice, perché non solo agiscono come un gruppo di pressione etnico-politico. Ma – grazie a noi e grazie al “suicidio occidentale” – esercitano un ricatto morale su di noi, cioè ci sono parti importanti della nostra società che si genuflettono ogni volta che parla un Pro-pal, perché sono i martiri della storia e noi saremmo dalla parte dei carnefici. Anche qui oltreoceano abbiamo dei problemi molto simili. A Minneapolis abbiamo il sindaco il “gemello” di Zohran Mamdani. Già, proprio il mio sindaco di New York che ha un passato antisemita abbastanza ingombrante».
Capitolo Epstein. Nei primi anni ‘90 Christopher Lasch pubblicò quel capolavoro tradotto in Italia con “Il crollo delle élite”. Già lì si registrava la crisi di identità di quell’establishment che arriverà a negare il pensiero critico nei campus americani e il free speech con la complicità dei Ceo delle grandi aziende. Sembra tutto in linea di continuità con l’abisso nichilista – e mercatista – fornitoci dai file di Epstein. Dove non si salva nessuno, soprattutto i fantomatici “buoni” targata liberal. Che cosa ne pensa?
«Sì, faccio solo un inciso sui Ceo delle grandi imprese americane, cioè gli chief executive. Su questo vorrei segnalare che l’America – oltre agli enormi difetti di cui venite edotti tutti i giorni – ha alcune qualità: una di questa è una certa professione al cambiamento veloce. A livello politico potrebbe avvenire già alle elezioni di mid term, dove Trump può perdere la maggioranza congressuale e dove potrebbe aprirsi un’ultima stagione del suo mandato molto diversa dal primo biennio. Ma un altro cambiamento è avvenuto proprio nel mondo delle grandi imprese. Dove fino all’altro ieri nei consigli d’amministrazione si parlava solo di cambiamento climatico e politiche “Dei”, che sta per diversità, equità e inclusione. Il grande capitalismo aveva abbracciato la cultura woke su ambientalismo estremo apocalittico e su tutela delle minoranze etniche. Tutto ciò è sparito: queste “sigle” sono diventate impronunciabili nei board delle multinazionali americane. Nel giro di un anno, hanno detto, si volta pagina. Ora, io non so se i top manager siano dei termometri particolarmente sensibili della società nel suo insieme, però ho l’impressione che abbiano colto qualcosa che invece non ha colto ancora il mondo di Hollywood, i cantanti che vanno all’intervallo del Super Bowl, i multimilionari del mondo dello spettacolo dell’arte dell’Accademia: quelli no sono ancora fermi alla puntata precedente».
E arriviamo al “girone” dantesco di Epstein.
«Non è uno scandalo politico, anche se per una parte dei media in piena ossessione Trump-centrica l’unica cosa che sembra contare è se finalmente in quelle carte c’è qualcosa che possa distruggerlo. Questo, invece, è uno scandalo di tutta l’élite. Di tutta, cioè di un pezzo consistente patologicamente criminale, sessualmente malato ma profondamente criminale perché dei reati gravissimi sono stati commessi. Un’élite che non è particolarmente politica. Ci sono talmente dentro tutti: da progressisti leader democratici come Bill Clinton fino al reale d’Inghilterra. È vero che se uno ha l’ossessione di misurarlo col bilancino politico ci sono più democratici che repubblicani, ma per una ragione molto banale: che Jeffrey Estein, essendo un ebreo neworkese ed essendo New York prevalentemente un feudo democratico progressista, frequentava più democratici che repubblicani. All’epoca tra l’altro lo stesso Trump era democratico e pagava le campagne elettorali dei Clinton. All’epoca Epstein era una stella, una star dei salotti mondani delle serate. La sua è una storia orribile, da basso impero. Però guardate, non è che l’Occidente sia particolarmente depravato dal punto di vista morale e gli altri no. Si narravano perversioni sessuali di Mao Zedong che aveva anche lui un harem a sua disposizione. I dittatori semplicemente queste cose le fanno di nascosto, impuniti. E i moralisti, fra di loro, sono i peggiori, sono i più pericolosi. Tipo Khamenei: che probabilmente non non si porta a letto delle ragazzine, in compenso le fa massacrare sulle piazze dell’Iran».
Un’ultima curiosità riguarda l’apertura dell’evento: “L’Occidente necessario”. Lei cita, perché lo ha studiato a fondo, a differenza di tanti di tanti che lo citano senza averlo studiato, Oswald Spengler e il suo “Tramonto dell’Occidente”. Alla fine, secondo Spengler, tutto termina perché subisce una sua evoluzione evoluzione biologica: accadrà, o sta accadendo, pure per la nostra civiltà. Dall’altro lato è chiaro che può esistere un sistema diciamo para-occidentale senza Occidente: la Cina e i Paesi emergenti stanno dimostrando che può esistere uno sviluppo senza i nostri codici codici morali.
«Questa è la domanda più difficile di tutte, quindi probabilmente non darò una risposta definitiva. Non sono sicuro che la Cina sia l’Occidente senza l’Occidente. La Cina con noi ha un rapporto molto complesso. Ha studiato bene il manuale “giapponese” su come si copia l’Occidente, si prendono da questo tutte le le cose più utili al progresso: scienza, tecnologia, medicina, organizzazione industriale. E poi le ha inserite in un sistema di valori confuciano che ha piegato, a sua volta, dentro un regime politico autoritario, con il primato del partito comunista. Allo stesso tempo la Cina ha un rapporto molto tormentato con noi. Si chiama “Repubblica”, adottando un nome che non ha nessun addentellato con la sua tradizione: segno che hanno nascosto da qualche parte nella loro testa un complesso di inferiorità. Si chiamano le Repubblica come la Repubblica Romana o come la Repubblica americana o francese. E poi sono comunisti e quindi debitori di un certo Karl Marx che era tedesco. Non si scappa, il loro rapporto con l’Occidente è un rapporto da cui si sentono accerchiati da ogni parte».
Eppure si percepiscono come regime “millenario”…
«Guardate l’ossessione paranoica di Xi Jinping: continua a licenziare un generale dietro l’altro. L’ultimo che ha purgato era il capo supremo delle forze armate accusato, secondo indiscrezioni che il Partito comunista ha fatto circolare nei media, di aver venduto agli americani segreti nucleari. È inverosimile che il capo supremo delle forze armate cinesi vendesse segreti: però ciò la dice lunga sul fatto che una delle ossessioni paranoiche di Xi è sempre quello che gli Usa stiano cercando di destabilizzare il suo regime. Che significa questo? Questi regimi da un lato ci danno l’impressione di estrema solidità ma dall’altro, un po’ nascosto, prima o poi spunta sempre fuori un elemento di insicurezza fondamentale: non sono affatto sicuri di essere all’altezza della sfida con l’Occidente. Noi occidentali invece questo tarlo del dubbio che ce l’abbiamo dalle origini: non abbiamo mai vissuto in un’epoca in cui non fossimo tormentati dall’idea che la nostra fine era dietro l’angolo».
Siamo partiti con la diagnosi, chiuderei come la cura. Cosa dobbiamo fare, oggi, per fermare questo declino? Per “conservare” e dire «grazie» all’Occidente?
«Credo che dobbiamo riprendere dalla tradizione occidentale un elemento della cultura positivista: il pragmatismo empirico. Vedere tra di noi, insomma, quali sono i modelli che funzionano meglio: e quello americano, nonostante tutto, ha ancora una marcia in più. Il famoso “rapporto Draghi” alla fine è troppo lungo, troppo prolisso. Il paragone tra Europa e Stati Uniti e gli Stati Uniti da quarant’anni a questa parte ci dice che non c’entra niente l’effetto Donald Trump: l’America continua a andare sempre più su e l’Europa è stagnante. Ci sono dei mali profondi del sistema di cui si sta parlando di nuovo in questi giorni: semplificazione, delegificazione, dare anche a Bruxelles una missione molto più leggera, molto più focalizzata, poche cose ma bene e presto e velocemente. Perché l’America, con i suoi enormi problemi, con i suoi enormi difetti, è comunque il generatore di tutte le rivoluzioni industriali degli ultimi cento anni: compresa l’intelligenza artificiale, su cui i cinesi si danno un gran da fare per essere all’altezza. Sono degli inseguitori formidabili, stanno molto vicini, ma il numero uno è sempre l’America e ci sarà una ragione per cui hanno questa vitalità estrema e se da duecentocinquanta anni hanno l’unica l’unica democrazia così longeva. Fa ridere quando i francesi ogni tanto col ditino alzato danno lezioni di democrazia agli americani: la Rivoluzione francese ha copiato quella americana; dopodiché l’ha stravolta e hanno subito generato una feroce e sanguinaria dittatura, un imperatore, poi un altro imperatore, restaurazioni monarchiche, cinque repubbliche…. Insomma, c’è una liberal-democrazia in Occidente che ancora è viva dopo due secoli e mezzo. E allora forse come studiamo quelli che sopravvivono fino a 115 anni, guardando cosa mangiano e che tipo di ginnastica fanno la mattina, un’occhiata spassionata e lucida al modello americano secondo me è utile. Il centro dell’Occidente è ancora quello lì».
L'articolo «L’Occidente è ancora necessario. I cinesi? Tormentati. E Trump è una grande sveglia». Parla Rampini sembra essere il primo su Secolo d'Italia.