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Il governo Meloni contro il sistema Ue per lo scambio delle quote di emissione. Che ha ridotto i gas serra del 50% rispetto al 2005

Al centro del decreto Bollette varato mercoledì dal consiglio dei ministri c’è la compensazione delle aziende energetiche con centrali a gas per i costi sostenuti per comprare quote europee di emissione di Co2. Visto che i prezzi dell’elettricità si formano sulla base del costo di produzione dalla fonte più costosa, che è appunto il gas, la mossa del governo Meloni punta a ridurre il costo finale per i consumatori. Ma è anche un chiaro segnale alla Commissione Ue che nel corso dell’anno dovrà fare il tagliando all’Emission trading system, strumento chiave per raggiungere gli obiettivi climatici che l’Unione ha fissato per il 2030. Un sistema non perfetto ma grazie al quale le emissioni dei settori coperti sono calate del 50% rispetto al 2005 (il target al 2030 è -62%) soprattutto grazie al calo di quelle del settore energetico. L’industria inquinante lo incolpa però della propria crisi e vorrebbe restringerne l’applicazione. Confindustria ne ha chiesto addirittura la sospensione. E il governo si accoda.

Come funziona il sistema Ets

L’Ets ha creato un mercato che incentiva le imprese a ridurre la loro impronta carbonica attraverso un sistema di “cap-and-trade”: di anno in anno la Ue fissa un limite (cap) alle emissioni consentite e chi inquina deve comprare all’asta – anche se in passato molte venivano assegnate a titolo gratuito – una quota per ogni tonnellata di Co2 emessa nell’ambiente nel corso dell’anno. Insomma: chi inquina paga. Le aziende che riducono le proprie emissioni sotto il limite previsto possono rivendere le quote in eccesso, generando profitti con cui finanziare ulteriori politiche climatiche. Le aste poi producono gettito per gli Stati, che a loro volta dovrebbero utilizzare i soldi per finanziare misure di decarbonizzazione e promuovere tecnologie sostenibili.

Tra 2005 e 2007 il meccanismo è stato applicato distribuendo i “diritti a inquinare” quasi totalmente gratis, il che ha causato un eccesso di offerta. Nella seconda fase, fino al 2012, i tetti e le regole di assegnazione sono stati definiti dagli Stati membri, con inevitabili distorsioni, e il valore dei permessi è crollato a causa della recessione. Nel 2019 è stata introdotta una riserva stabilizzatrice del mercato e si è passati a un cap europeo, decrescente anno dopo anno. Le quote gratuite sono rimaste in vigore, a beneficio dei settori dell’acciaio e del cemento, delle raffinerie e dell’industria chimica. La quarta fase, iniziata nel 2021, prevede una riduzione più corposa del cap per centrare gli obiettivi di taglio delle emissioni e l’inclusione del settore aereo civile e marittimo. I prezzi nel 2023 sono arrivati a superare i 90 euro a tonnellata di Co2, per poi ripiegare: ora si attestano sui 70 euro. Nel frattempo sta proseguendo la – lentissima -eliminazione graduale dei permessi gratuiti, prevista dopo l’entrata in vigore del regolamento sulla cosiddetta tassazione del carbonio alle frontiere (Cbam) che elimina l’alibi del rischio delocalizzazione verso Paesi con standard ambientali più deboli visto che i prodotti da lì importati saranno soggetti al balzello.

Dal 2028 (già rinviata di un anno rispetto all’ipotesi iniziale) è prevista poi l’entrata in vigore dell’Ets2, che comprenderà i fornitori di energia del settore civile, i trasporti e le pmi. Proprio oggi gli ambasciatori dei 27 Paesi Ue hanno adottato su questo il mandato negoziale senza modifiche alla proposta della Commissione Ue, avanzata a fine novembre, e sono ora pronti al negoziato con l’Eurocamera.

I risultati a livello Ue

Stando all’ultimo bilancio fatto dalla Commissione, nel 2024 le emissioni dei comparti coinvolti sono diminuite del 5% rispetto al 2023, portando la riduzione complessiva a circa il 50% rispetto ai livelli del 2005. Il settore energetico ha visto una riduzione del 12% delle emissioni legate alla produzione di energia elettrica grazie a un aumento dell’8% nella produzione da fonti rinnovabili e del 5% da nucleare, mentre l’uso di gas e carbone è diminuito rispettivamente dell’8% e del 15%. Nel settore industriale però le emissioni sono rimaste stabili, causa aumento del 7% nel comparto dei fertilizzanti compensato da una diminuzione del 5% nel settore del cemento, in linea con una riduzione della produzione. In parallelo, dal 2012 al 2023 gli Stati membri hanno incassato più di 147 miliardi di euro dai proventi delle aste.

L’Italia non usa i soldi per la lotta ai cambiamenti climatici

L’Italia tra il 2012 e il 2023, come ricostruito dal think tank Ecco, ha raccolto circa 15,6 miliardi di euro. Ma solo il 9% di quella cifra, circa 1,4 miliardi, è stato effettivamente utilizzato per politiche climatiche: ben sotto il 50% previsto dalla Direttiva EU Ets che vincolava quella quota a finalità legate all’abbattimento delle emissioni dei gas a effetto serra e all’adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici. Soglia che con la revisione della direttiva, nel 2023, è peraltro salita al 100%. Ma l’Italia, nel recepire la norma, non ha rispettato la disposizione europea e continua a destinare il 50% del ricavato al fondo di ammortamento dei titoli di Stato. Il resto viene ripartito con decreti del ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica di concerto con quelli delle Imprese e del made in Italy, delle Infrastrutture e dell’Economia. La quota maggiore, 29,16% dei fondi, stando a quanto ricostruito da Ecco è stata destinata a progetti e misure per sviluppare le energie rinnovabili, un altro 25,8% è finito in contributi a fondi multilaterali, il 17% al trasporto pubblico e a basse emissioni e il 14,65% dei fondi a progetti mirati all’efficienza energetica, all’isolamento degli edifici e al sostegno per le famiglie a reddito medio-basso. Quote che non corrispondono però agli impegni di spesa: dal 2012 le risorse impegnate sono sempre state inferiori a quelle spese e ci sono grosse discrepanze tra i due valori. La rendicontazione è poco chiara e non garantisce reale trasparenza. è la conclusione del think tank.

Meloni schierata con l’industria, von der Leyen e Merz difendono il sistema

È questo il quadro che oggi vede il governo schierato con l’industria che chiede di eliminare quello che ritiene un insostenibile aggravio di costi. All’appello del numero uno della lobby degli industriali Emanuele Orsini si è unito mercoledì il presidente di Confindustria Brescia – in cui siedono molte aziende energivore – Paolo Streparava, secondo cui l’Ets “aggrava il prezzo dell’energia, scaricando sull’industria un onere che rischia di compromettere la capacità di competere sui mercati internazionali”. Ma la settimana scorsa Ursula von der Leyen, che pure ha archiviato il green deal e fatto della competitività industriale la sua nuova stella polare, ha ribadito che il sistema “ha chiari vantaggi” ed è “completamente neutrale dal punto di vista tecnologico”. Non solo: imputargli prezzi dell’energia troppo alti vuol dire sbagliare bersaglio, visto che il prezzo è determinato “anzitutto da quello del gas, poi dalle commissioni per la rete, che sono sostanziose, dalle tasse nazionali, e solo dopo viene l’Ets”. Morale: sì a una revisione, no alla retromarcia. E nonostante l’ostentata sintonia delle ultime settimane Meloni non può contare nemmeno sul sostegno dell’alleato Friedrich Merz, che a sua volta ha difeso il meccanismo dalle critiche di altri leader.

L'articolo Il governo Meloni contro il sistema Ue per lo scambio delle quote di emissione. Che ha ridotto i gas serra del 50% rispetto al 2005 proviene da Il Fatto Quotidiano.

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