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EL CAPITXN: dialogo con la mente che costruisce il suono del K-pop

Ci sono momenti in cui, ascoltando una traccia, si capisce che dietro non c’è solo produzione, ma intenzione. È una sensazione sottile, quasi fisica: qualcosa che tiene insieme tutto, che non è solo melodia, non è solo beat, ma è una direzione. EL CAPITXN appartiene a quella categoria rarissima di autori che non si limitano a costruire un brano — lo orientano.

Jang Yijeong viene da dentro il sistema. Idol prima, nei History, in un’epoca in cui l’idol system coreano era ancora rigidamente compartimentato. Ha vissuto la pressione, il palco, la ripetizione ossessiva delle prove, la vulnerabilità della voce sotto le luci. Questo dettaglio non è biografico, è strutturale: quando oggi scrive, lo fa sapendo esattamente cosa succede dall’altra parte del microfono. Conosce il peso di una linea vocale troppo alta, il rischio di una modulazione forzata, il momento in cui un artista ha bisogno di spazio per respirare. E quella consapevolezza si sente.

La sua scrittura non è mai gridata. È calibrata. Non rincorre il climax facile, preferisce costruire un percorso. C’è sempre una progressione emotiva molto chiara, anche quando l’arrangiamento sembra minimale. E il minimalismo, nel suo caso, non è sottrazione estetica: è precisione chirurgica. Toglie tutto ciò che è decorativo per lasciare solo ciò che è necessario a raccontare un’emozione. Lavora sulle dinamiche più che sul volume, sulla tensione più che sull’impatto immediato. I pre-chorus diventano camere di sospensione, non trampolini meccanici; i ritornelli arrivano come conseguenza narrativa, non come imposizione commerciale.

Questa cifra si percepisce con chiarezza in “Farewell, Neverland” dei Tomorrow X Together, dove la costruzione armonica è sospesa, quasi cinematografica, e la malinconia non viene mai teatralizzata. Si ritrova nei progetti dei PLAVE, dove la tridimensionalità sonora deve compensare l’assenza di fisicità tradizionale, e nelle produzioni per ENHYPEN, dove l’energia performativa non scivola mai nel rumore ma resta architettura. Con Eric Nam, più internazionale e cantautorale, la sua scrittura si fa ancora più pulita: armonie chiare, spazio, controllo emotivo. Cambiano i volti, non cambia la tensione strutturale.

Il dialogo creativo con Agust D — dentro e fuori i BTS — rappresenta un capitolo fondamentale, ma non esclusivo, della sua traiettoria. In “Telepathy” o “Take Two” si riconosce quella tensione emotiva calibrata che evita l’enfasi pur restando memorabile. Non è subordinazione a un nome più grande: è convergenza estetica tra due sensibilità che condividono controllo e profondità.

Ma è nei progetti solisti che questa convergenza si fa più evidente. In “People Pt.2” la produzione è quasi spoglia, costruita su una progressione armonica sospesa che lascia spazio al dialogo tra voce e strumentale senza forzare il climax. In “AMYGDALA” la tensione emotiva è sostenuta da un crescendo misurato, che accompagna un testo autobiografico senza spettacolarizzarlo. In “Snooze” la costruzione si fa contemplativa: introduzione lenta, armonie misurate, spazio attorno alla voce. È in questi dettagli che si riconosce la mano di EL CAPITXN: non nell’eccesso, ma nella gestione dello spazio. Non nel rumore, ma nella scelta di cosa lasciare fuori.

In studio non è impulsivo. Ascolta, riascolta, smonta, ricompone. Non cerca la prima idea brillante, ma quella che resiste al secondo ascolto. Questo lo distingue da molti beatmaker puramente industriali. La sua è una disciplina silenziosa. E in un mercato che premia l’esplosione rapida, scegliere la costruzione lenta è un rischio sofisticato.

Nell’universo HYBE — ormai laboratorio globale più che semplice etichetta — EL CAPITXN ha assunto un ruolo silenzioso ma decisivo. Non è la figura da headline, ma è quella che definisce il tono. Fa parte della generazione interna che ha accompagnato la trasformazione dell’azienda in una struttura multi-label internazionale, contribuendo a consolidare un suono più maturo, meno reattivo alle mode e più consapevole della propria identità globale.

Quando oggi porta sul palco il tour mondiale “WHO KILLED EL?”, il passaggio è simbolico. Dopo aver costruito per altri, sale sul palco con il proprio nome, reggendo uno spazio interamente suo. L’architetto invisibile diventa presenza. È una dichiarazione: quella firma può sostenere se stessa.

Non è solo una tournée, è un gesto identitario. Il titolo stesso suggerisce una frattura, una rinascita, una messa in discussione della propria immagine pubblica. “Who Killed EL?” non suona come una provocazione, ma come una domanda interna: cosa resta quando si toglie il ruolo di producer per altri? Cosa rimane quando il suono non deve più servire una voce esterna ma raccontare la propria?

Sul palco non c’è il filtro di un gruppo, né la protezione di un nome più grande. C’è una costruzione sonora che deve reggere da sola, che deve riempire lo spazio non con il volume, ma con identità. Le dinamiche che in studio erano invisibili diventano corpo, ritmo, presenza scenica. È il momento in cui la scrittura smette di essere solo struttura e diventa esperienza diretta.

In questo senso, il tour non è un’espansione della sua carriera. È una verifica. E il fatto che quella firma possa reggere un palco globale conferma ciò che nelle produzioni si percepiva da tempo: EL CAPITXN non è solo un costruttore di brani. È un autore con un linguaggio che può esistere indipendentemente dall’interprete.

EL CAPITXN non è un produttore che riempie spazi. È uno che li disegna.

E in un’industria che vive di velocità, di comeback serrati, di contenuti che si consumano in poche settimane, la sua scelta è quella della durata. Non lavora per l’impatto immediato, ma per la memoria. Le sue tracce non chiedono attenzione urlando; la trattengono lentamente, costringendo chi ascolta a rimanere.

Se si osserva la trasformazione del pop coreano negli ultimi anni — la maturazione, la complessità crescente delle strutture, la centralità delle figure autoriali interne — è evidente che dietro non ci sono solo artisti visibili, ma architetti sonori. EL CAPITXN è uno di questi. Non perché faccia più rumore degli altri, ma perché sa esattamente quando non farlo.

La sua forza non è aver scritto per artisti diversi. È aver dimostrato che il suo linguaggio emotivo sopravvive a qualsiasi interprete.

Panorama ha parlato in esclusiva con lui.

“EL CAPITXN” sembra un’identità costruita, quasi una forma di armatura. Chi è Jang Yi-jeong quando il nome d’arte non serve più a proteggere nulla?

EL CAPITXN non è un nome dietro cui mi sono nascosto. È più vicino a un nome che ho scelto dopo aver accettato che non potevo più vivere come prima. Un nome per sostenere quello stato. Jang Yijeong appartiene a prima del cambiamento. EL CAPITXN è lo standard che è venuto dopo. Quindi questo nome è meno uno scudo e più un segno. Non spiega ciò che ho attraversato — chiarisce dove non tornerò mai. Se un giorno non avrò più bisogno di questo nome, non sarà perché sono tornato indietro, ma perché quello standard non vacillerà più.

Hai vissuto il K-pop da due lati opposti: come idol e come architetto del suono. Quando hai capito che il tuo vero ruolo non era essere visto, ma rendere visibile l’arte degli altri?

Essere visti e restare invisibili sono ruoli diversi, non pesi diversi. Ciò che contava non era mai dove mi trovavo, ma di cosa mi assumevo la responsabilità. Sul palco conta l’istante. Fuori dal palco conta la resistenza. Quando ho compreso questa distinzione, sono passato dall’inseguire risultati al costruire strutture che non crollassero. Paradossalmente, è questo che mi ha permesso di tornare sul palco. Quando qualcuno che comprende la struttura vi sale sopra, non è una regressione — è un rientro scelto. Il palco ora non è un luogo per dimostrare qualcosa. È un luogo per chiedermi se posso sostenere questa posizione.

Essere un idol lascia un segno preciso sul corpo e sulla mente. Qual è la traccia più profonda che quell’esperienza ha lasciato nel tuo modo di scrivere musica oggi?

Come idol, ciò che ho imparato più chiaramente è quanto velocemente una persona possa spezzarsi. La richiesta di essere sempre forte, di generare sempre reazione — ho visto come uno stato senza pausa svuoti qualcuno. Per questo ora, più che fare musica che esplode, cerco di fare musica che non crolli nel tempo.

Nel K-pop contemporaneo esiste una linea sottile tra creatività e produzione industriale. Come proteggi l’anima quando tutto intorno richiede efficienza?

Il K-pop è un’industria che richiede efficienza. Questo non può essere negato. Ma quando ogni decisione viene spiegata solo attraverso l’efficienza, la musica perde rapidamente il suo significato. Uso l’efficienza come strumento, e la direzione viene decisa separatamente.

La tua musica non punta mai all’impatto immediato; si costruisce attraverso tensione e stratificazione. È una scelta estetica o una necessità personale?

È meno una scelta che un temperamento. Le reazioni rapide sono potenti, ma scompaiono velocemente. Ciò che per me conta di più è ciò che rimane dentro qualcuno dopo che la musica è finita. Per questo non cerco di persuadere tutto in una volta — lascio che lavori nel tempo.

Molti ti descrivono come “la mente” dietro la musica. Come definiresti il tuo lavoro: creazione, traduzione o modellazione dell’emozione?

È più vicino alla traduzione. Prendo sensazioni che non possono essere organizzate in parole e le sposto nel linguaggio del suono. Quando la traduzione è precisa, creazione e forma seguono naturalmente. L’esagerazione è inutile.

Nel sistema K-pop, i producer detengono un potere enorme ma invisibile. Ti senti più libero per questo, o più responsabile?

È più vicino alla responsabilità che alla libertà. Più una scelta è invisibile, più a lungo rimane la sua traccia. Il giudizio di un producer influisce non solo sulla musica, ma sulla direzione di una persona. L’influenza non è qualcosa da espandere — è un peso da gestire con attenzione.

Il titolo del tuo tour, WHO KILLED EL?, ha una risonanza esistenziale più che narrativa. Cosa deve morire perché tu possa continuare a creare senza compromessi?

Ciò che doveva morire era l’aspettativa di tornare alla “normalità”. Una narrazione che potesse essere spiegata in modo ordinato, un ritorno confortevole, un finale che tutti potessero comprendere. Nel momento in cui ho lasciato andare quell’aspettativa, il compromesso ha smesso di essere un’opzione. Questa domanda non chiede una risposta. È più vicina al chiedermi se la persona che sono ora possa ancora essere spiegata da chi ero prima.

Questo tour è una confessione, un processo o un confronto con te stesso?

È un confronto. Il palco non è il luogo in cui inizia una nuova storia, ma dove smetto di evitare ciò che già so. Non cerco di convincermi sul palco. Semplicemente non mi nascondo. Non è uno spazio pensato per persuadere qualcuno. Se qualcuno ha attraversato un tempo simile, spero solo che possa restare davanti a sé stesso.

In studio, cosa viene prima: il concetto o il suono? Puoi descrivere il tuo metodo senza mitizzarlo?

Lo stato viene sempre per primo. Quando quello stato diventa chiaro, suono e concetto trovano naturalmente il loro posto. Più del metodo conta lo standard. Scelgo una struttura che si adatti allo stato presente e la mantengo in modo che non distorca l’emozione. È così che lavoro.

Quando SUGA pubblica “Daechwita”, incarna una figura che governa, giudica, crea e distrugge. È difficile non vedere un parallelo con il tuo ruolo nel K-pop come qualcuno che plasma l’arte e la rende concreta. Ti riconosci in questa lettura?

In “Daechwita”, il volto del re appartiene a SUGA. Quella figura è completata dalla sua voce e dalla sua presenza. Io non sono mai stato in quel posto. Ciò che ho considerato è stato perché una figura del genere fosse necessaria, e perché dovesse emergere in quel momento. Non ero io a mettere in scena il potere, ma a disporre i confini affinché quella forza non eccedesse sé stessa. L’influenza è inevitabile. Il modo in cui viene usata è una scelta. Io ho scelto di lasciare responsabilità, piuttosto che potere.

Quando non siete SUGA ed EL CAPITXN, ma Min Yoongi e Jang Yi-jeong, cosa vi unisce davvero: ambizione, disciplina o una ferita condivisa? E cosa ti ha insegnato Min Yoongi sul vedere la musica non come un prodotto, ma come una responsabilità verso chi ascolta?

Più dell’ambizione o della disciplina, ciò che ci unisce è la consapevolezza che la musica non è un risultato, ma una traccia che rimane dentro qualcuno. Non termina con l’uscita. Ciò che ho imparato da Min Yoongi non è stata una tecnica, ma un atteggiamento. Non come rendere qualcosa più grande, ma come lasciarla più precisa. È questa differenza che separa un prodotto da una responsabilità.

In una relazione creativa così profonda, cosa è più difficile da proteggere: il rispetto reciproco o la libertà di dire “no”?

La libertà di dire no. Il rispetto è un’emozione, ma la libertà è una struttura. Più profonda è la relazione, più difficile diventa il rifiuto — e quindi più necessario. Quando il “no” viene mantenuto, il “sì” diventa reale.

Hai mai scritto qualcosa che ti ha spaventato perché era troppo onesto? Cosa fai quando una canzone ti espone più di quanto ti aspettassi?

Sì. Quando accade, non la rivedo. La revisione è spesso controllo, e il controllo diventa diluizione. Se rimane uguale anche dopo che è passato del tempo, allora non è qualcosa da nascondere, ma qualcosa da lasciare come testimonianza.

Il pubblico ama l’idea del “genio”, ma il genio è spesso solo resistenza. Qual è stato il tuo periodo professionale più buio e quale atto specifico ti ha rimesso in movimento?

Il periodo più difficile non è stato il fallimento, ma il momento in cui credevo di dover continuare a dimostrare qualcosa. Quando ho deciso di uscire da quel ciclo, il lavoro ha ricominciato a muoversi. Non cerco di occupare una posizione che sia compresa da tutti. Non è possibile, né necessario.

Al di fuori della creazione, come ti relazioni oggi alla musica? Ascolti ancora per piacere, o l’ascolto è diventato inseparabile dall’analisi?

Ascolto ancora. Semplicemente non separo più il piacere dall’analisi. Ora ascolto la musica come emozione e struttura allo stesso tempo.

Quali artisti, suoni o momenti — dentro o fuori dal K-pop — ti hanno ispirato di più negli ultimi anni, e perché?

Più che individui specifici, mi ispirano gli atteggiamenti che resistono nel tempo. I modi di sostenere senza esagerare sono diventati per me un riferimento più importante.

Guardando al futuro del K-pop, di chi ti fidi di più? Chi credi stia davvero plasmando ciò che verrà?

Il futuro non è plasmato dalla voce più forte, ma dal giudizio che sa quando fermarsi. Man mano che l’industria cresce, il peso delle decisioni dura più a lungo. Per questo ripongo fiducia nelle scelte che possono essere sostenute con responsabilità nel tempo.

Il K-pop sta entrando in una fase di maturità globale. Quale futuro immagini per chi lavora dietro le quinte ma ne determina la direzione?

In un’industria matura, chi sta dietro il palco non riceve più libertà, ma più responsabilità. La competitività ora non riguarda l’espansione, ma la progettazione di sistemi che non crollino. E quel giudizio inizia sempre dietro il palco.

Che ruolo vedi per l’Italia nel futuro del K-pop globale, considerando che viene spesso percepita come marginale rispetto ad altri mercati europei?

L’Italia non è un mercato che debba inseguire la velocità, ma uno che può proporre profondità. Più velocemente la cultura viene consumata, più diventa superficiale. La sensibilità estetica e il senso del tempo che l’Italia possiede potrebbero acquisire maggiore significato man mano che il K-pop continua a maturare.

Se dovessi definirti con una sola parola, quale sarebbe?

Aftermath. (in inglese indica ciò che resta dopo un evento, spesso traumatico per chi lo vivs, e assume un senso più sottile poiché tiene anche in considerazione le conseguenze interiori che restano dopo, ndr.)

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