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Ivan Quaranta: “Gli italiani non hanno perso la velocità nel loro DNA. A Los Angeles ci giocheremo una medaglia”

Ivan Quaranta è stato l’ospite speciale della nuova puntata di Bike Today, trasmissione visibile sul canale Youtube di OA Sport. Il CT azzurro del settore velocità su pista ha tracciato un bilancio generale dei Campionati Europei andati in scena ad inizio febbraio nel velodromo turco di Konya, in cui l’Italia ha conquistato una medaglia di bronzo dall’enorme peso specifico nel Team Sprint maschile con Mattia Predomo, Stefano Minuta e Matteo Bianchi fornendo delle indicazioni positive in prospettiva anche in altre specialità.

Per noi era un punto di partenza e per alcuni versi anche un punto all’interno del nostro percorso di crescita normale e fisiologico, perché comunque sono tutti ragazzi giovani che stanno crescendo bene e questo Campionato Europeo ci è servito molto per capire un po’ anche alcune dinamiche in gara e soprattutto per capire quanta distanza abbiamo dalle altre squadre. Dovevamo capire in cosa dobbiamo migliorare e quanto. Mancano otto mesi all’inizio della qualifica olimpica e mi è servito per capire alcune cose. Principalmente è stata una trasferta positiva. Abbiamo battuto il record italiano della Team Sprint, il record italiano del 200 metri lanciato con Predomo e anche con Miriam Vece. Ma non è tanto il tempo in sé, perché comunque la pista era veloce, è che ci siamo avvicinati molto ai big di questa disciplina. Quindi direi che ci siamo, stiamo arrivando anche noi“, l’analisi di Quaranta.

Sulle prospettive del gruppo maschile azzurro della velocità:Non ho posto limiti perché sono tutti ragazzi che hanno vinto nelle categorie giovanili, hanno ben figurato dai Campionati Europei ai Campionati del Mondo, quindi abbiamo ben figurato nelle categorie giovanili. Nel mondo elite c’è solo da aspettare che la crescita fisiologica naturale di un atleta avvenga. Poi c’è sempre il fenomeno che a 20 anni vince il Tour de France o vince il Mondiale della velocità, però lavorare con i fenomeni è più facile. Questi ragazzi sono tutti tra i 21 ed i 24 anni e siamo in rincorsa per la qualifica olimpica. Tra due anni e mezzo a Los Angeles avranno già un’età dove si potrà pensare di insidiare qualche squadra per conquistare una medaglia, questo lo posso dire tranquillamente. Poi. se non avverrà, ci sono comunque anche gli altri che corrono. Per noi questo Europeo era un punto d’arrivo, perché siamo partiti praticamente dal nulla“.

Io sono stato chiamato quattro anni fa e sinceramente sì, lo guardavo ai Mondiali e alle Olimpiadi, ma non lo seguivo più di tanto il ciclismo su pista. Facevo il direttore sportivo su strada, dopo aver avuto una carriera da atleta su strada. Io appena sono arrivato ho trovato praticamente dei ragazzi volenterosi, giovani, ma non c’era un settore dedicato. C’è stato un vuoto di vent’anni, per dei motivi che io non conosco. L’ultimo velocista che andava a competere in giro per il mondo ad alti livelli era Roberto Chiappa che ha la mia età, quindi già lì ti fa capire il vuoto che c’è stato. I primi dopo Chiappa siamo stati noi, quindi sono passati quasi vent’anni. È un peccato, proprio perché il DNA dell’uomo italiano è comunque un DNA veloce. Noi abbiamo avuto velocisti che hanno vinto Olimpiadi e Mondiali, ed il nostro DNA non è cambiato. Si trattava soltanto di ricreare un gruppo di lavoro, di appassionare questi ragazzi e di convincere i ragazzi più forti a praticare questo tipo di discipline. Ci siamo riusciti con l’aiuto della Federazione, che ci mette in condizioni di lavorare meglio, con l’aiuto dei corpi di stato che mettono i ragazzi nella condizione di avere anche una sicurezza economica. Ho cercato di creare anche in questi ragazzi soprattutto una mentalità vincente, gli ho sempre fatto capire che comunque sono dei ragazzi di 18-21 anni privilegiati, perché non è da tutti avere la fortuna di indossare la maglia azzurra, partecipare a un Campionato del Mondo, svegliarsi alla mattina e andare in palestra piuttosto che andare a lavorare o a scuola. Ho cercato di trasmettergli questa cosa qua, questa positività ai ragazzi. Hanno reagito bene perché sono tutti ragazzi intelligenti e bravi. Ogni tanto bisogna un po’ resettarli, perché sono giovani e pieni di entusiasmo, però sono veramente orgoglioso di lavorare con questi ragazzi perché ci stanno dando un sacco di soddisfazioni“, racconta il responsabile italiano del settore velocità.

Questo era un punto d’arrivo perché siamo partiti da un gruppo che non esisteva ad ottenere una medaglia di bronzo a un Campionato Europeo Elite. Era una cosa impensabile fino a due anni fa. Ok, abbiamo ben figurato nelle categorie giovanili, però la disciplina del Team Sprint è un po’ come l’inseguimento a squadre nell’endurance. È la specialità in cui si vede proprio il lavoro di una nazione, il lavoro dei tecnici e di squadra, ecco perché col singolo è un po’ più facile vincere. Se trovi il fenomeno, devi soltanto accompagnarlo alla partenza, mentre vincere di squadra è molto più difficile. Da quel punto di vista lì sicuramente è un punto d’arrivo, ma è anche un punto di partenza perché a me piace vincere, quindi non mi accontento del bronzo“, il commento dell’ex corridore azzurro.

Sull’Europeo a luci e ombre di Mattia Predomo:Il ragazzo è rimasto un po’ deluso. Allora, nella gara della velocità già dobbiamo considerare che lui ha fatto registrare il quinto tempo, ed in passato il 200 metri di qualifica era proprio il nostro gap principale, visto che si posizionava sempre attorno alla 12ma-15ma posizione. Poi nel torneo diventava più difficile, perché iniziavi a trovare presto anche i migliori quattro tempi. In questo Europeo ha fatto registrare il quinto tempo, quindi già lì è uno step migliore rispetto a prima. Nella prima batteria del torneo ha trovato un bulgaro che l’ha anticipato, e poi gli si è strappata la fascetta che sostiene il cinghietto. Sicuramente ha sbagliato lui perché si è mosso in maniera sbagliata, quindi ha perso questa volata con l’ultimo tempo classificato e da lì è andato un po’ in blackout. Lui pensava di arrivare almeno nei primi otto facile, però purtroppo sei ad un Europeo Elite, dove sono tutti corridori esperti che hanno magari 15 anni di esperienza, e quindi gli è andata male quella volata lì e si è un po’ sconcentrato. Poi è andata male la seconda e anche il Keirin, però stiamo parlando di un ragazzo che al primo anno da under ha fatto quarto nella finale europea del Keirin. Stiamo parlando di un ragazzo che ha vinto qualcosa come sette o otto titoli europei giovanili e due titoli mondiali, quindi è un talento sicuro e dobbiamo solo aspettare un attimo che cresca, che prenda anche consapevolezza delle sue potenzialità. È la pedina fondamentale del nostro Team Sprint, nella sua frazione ha fatto registrare il terzo tempo l’anno scorso al Mondiale e il secondo tempo quest’anno all’Europeo, quindi già questo ti fa capire che comunque il ragazzo c’è. Poi è un giovane e si può anche sbagliare, la volata la può anche perdere. Tra due anni e mezzo a Los Angeles 2028 sarà pronto, quindi secondo me potrà già andare ad insidiare qualcuno anche nelle specialità individuali. Il potenziale ce l’ha“.

Sulla crescita della velocità femminile, con due giovani emergenti che spingono alle spalle di Miriam Vece:Ci sono due ragazze giovani emergenti, Siria Trevisan e Matilde Cenci, che sono al primo anno da under, quindi hanno 19 anni. L’anno scorso hanno vinto il Campionato Europeo ed il Campionato del Mondo Juniores nel Team Sprint. Cenci ha vinto tre Mondiali su quattro che ha disputato, e nel quarto ha fatto bene con il bronzo, quindi a livello junior sono tra le più forti. C’è ancora tanto da lavorare sul Team Sprint. Devo ancora capire bene quali sono le posizioni migliori tra le tre, fermo restando che secondo me Trevisan va meglio al lancio. Ho provato Cenci in seconda frazione, ma secondo me ha più caratteristiche atletiche da fare la terza. Vece farebbe quindi la seconda, però ad oggi Cenci soffre ancora troppo l’accelerazione di Miriam, quindi bisogna lavorarci tanto su questo Team Sprint, però anche con loro tre si può pensare ad una qualificazione olimpica. Chiaro, oggi non sto pensando di fare una medaglia olimpica a Los Angeles con due ragazze di 18 anni, però si può pensare sicuramente alla qualifica su un Team Sprint messo in piedi quest’anno, perché comunque l’anno scorso le altre due ragazze erano Junior, mentre Vece era ancora da sola. Non ci siamo allontanati tanto dai tempi che servono per poter arrivare nelle otto, quindi anche con loro ci sto pensando seriamente“.

Sul confronto tra la sua carriera da atleta e quella da allenatore:A volte ci penso e non mi sembra ancora vero di aver indossato la maglia rosa, di aver vinto il Campionato del Mondo, perché io sono come questi ragazzi qua, facevo quello che mi piaceva, mi sentivo anch’io un privilegiato perché i miei compagni o andavano a lavorare o andavano all’università, io invece la mattina mi svegliavo e andavo in bicicletta. Mi sentivo un privilegiato. Sono nato semplicemente con la genetica a mio favore, perché è solo quello. Poi devi ringraziare solo che Madre Natura ti ha fatto con certe caratteristiche che un altro non ha, quindi non siamo né più bravi né più cattivi di altri, abbiamo semplicemente sfruttato al meglio le nostre qualità. Comunque forse ho più soddisfazione adesso, sicuramente la sento di più la corsa. Quando correvo non mi è mai capitato di non dormire perché il giorno dopo avevo una gara importante, invece adesso sì. Prima di una finale comunque ci pensi, c’è la tensione e quando riesci a ottenere dei risultati o addirittura a vincere provo più soddisfazione, davvero. È più soddisfacente. Adesso poi lavorando con questi ragazzi qua, specialmente a 50 anni, rimani giovane, ti danno un sacco di soddisfazioni ed è veramente bello. Quindi non tornerei indietro di sicuro a fare il corridore“.

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