Craig Tiley nuovo CEO della USTA: un cambio di rotta importante per il tennis americano
Quella che per settimane era stata una voce insistente, nelle ultime ore ha trovato conferma ufficiale: Craig Tiley è il nuovo CEO della USTA. Una scelta destinata a far discutere e, potenzialmente, a ridisegnare gli equilibri del tennis mondiale.
Tiley lascia così l’Australia dopo quasi vent’anni di lavoro ai massimi livelli. Entrato nell’organizzazione degli Australian Open nel 2006, è diventato CEO nel 2013, trasformando l’evento nella terra dei canguri in uno Slam all’avanguardia, modello di innovazione, sostenibilità e attrattività commerciale. Una crescita costante che ha reso il torneo di Melbourne un punto di riferimento non solo sportivo, ma anche gestionale.
Il passaggio alla USTA rappresenta un movimento tutt’altro che scontato: non è frequente vedere dirigenti di questo peso abbandonare una “nave ammiraglia” per salire su un’altra. Eppure, l’offerta americana deve essere stata di quelle impossibili da ignorare. Gli Stati Uniti hanno individuato in Tiley il profilo ideale per guidare una nuova fase strategica, affidandogli lo stesso ruolo ricoperto in Australia, ma in un contesto ancora più complesso e ambizioso.
Non a caso, la federazione statunitense ha parlato apertamente di obiettivi a lungo termine. Brian Vahaly, presidente del consiglio direttivo della USTA, ha sottolineato come la priorità fosse individuare “il leader giusto per accelerare la crescita della partecipazione e raggiungere quota 35 milioni di giocatori entro il 2035“. In questa visione, Tiley viene descritto come una figura rara, capace di coniugare credibilità globale ai massimi livelli e attenzione concreta allo sviluppo di base.
Nei prossimi mesi, il manager sudafricano inizierà ufficialmente il suo incarico negli Stati Uniti, pur mantenendo un ruolo di transizione con il board di Tennis Australia, per garantire un passaggio di consegne ordinato tra due vere e proprie “corazzate” del tennis internazionale.
C’è chi parlerà di tradimento, ma è più probabile che il ciclo australiano di Tiley fosse semplicemente giunto al termine. Lascia un torneo al massimo della sua espressione e raccoglie ora una sfida forse ancora più ardua: valorizzare fino in fondo l’enorme potenziale economico e mediatico del tennis statunitense. Un sistema che produce eventi e giocatori in quantità, ma che fatica da anni a ritrovare un campione maschile capace di vincere uno Slam, assente dai tempi di Andy Roddick.
Il cuore pulsante del progetto sono gli US Open, che la USTA intende sfruttare sempre più come piattaforma di ispirazione globale. Tiley, dal canto suo, si è detto “profondamente onorato” di assumere l’incarico, ricordando come il tennis americano abbia avuto un ruolo fondamentale nella sua formazione personale e professionale.
Prima di approdare ai vertici dirigenziali, infatti, Tiley ha costruito una carriera di grande successo come allenatore universitario. Dal 1994 al 2005 ha guidato la squadra maschile dell’University of Illinois, conducendola al titolo nazionale di Division I della NCAA nel 2003 con uno storico record di 32 vittorie e nessuna sconfitta. Un percorso che gli è valso due riconoscimenti come allenatore nazionale dell’anno e l’ingresso nella Hall of Fame del tennis collegiale.
Resta ora da capire se riuscirà a replicare negli Stati Uniti il modello vincente costruito in Australia. La sfida è aperta, ma il contesto è quello giusto: il tennis è uno dei pochi sport davvero globali, capace di unire culture e generazioni diverse. In un’epoca in cui il pubblico si muove sempre più tra eventi dal vivo e piattaforme digitali, la visione strategica del nuovo CEO potrebbe rappresentare la chiave per il prossimo capitolo del tennis americano e non solo.