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Albanese, Salis, Askatasuna: da Pro-Pal a Pro-Iran in poche ore. Sinistra ancora ambigua e divisa

Sempre contro l’occidente, sempre dalla parte del fondamentalismo: è questo il pensiero che emerge dalla rete  e da molti commentatori e osservatori, dopo aver letto le prime reazioni extra-politiche alla notizia della morte del dittatore Ali Khamenei. È il fatto che scuote il Medio Oriente e costringe governi e opposizioni a prendere posizione. E in pochissime ore, in Italia il movimento pro Pal, cambia rapidamente registro. Non più solo Hamas. Ora l’asse è direttamente con gli ayatollah.

Albanese grida all‘imperialismo

Una delle prime ad intervenire, nemmeno a dirlo, è Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati sulla quale in molti, compresa la Francia di Macron, hanno evocato le dimissioni: «Vi avevamo avvisati», scrive su X. E aggiunge: «La distruzione totale di Gaza non è stata un’eccezione, ma un progetto per annientare chiunque si opponga all’imperialismo plutocratico incarnato da Stati Uniti/Israele e dai loro alleati globali». Il passaggio dalla denuncia umanitaria alla lettura ideologica è compiuto. L’Iran non è più un regime teocratico repressivo, ma un tassello della lotta contro l’Occidente.

La metamorfosi del fronte antagonista

Nel giro di ventiquattr’ore, una parte della sinistra extraparlamentare e dei suoi megafoni mediatici si assesta su una linea obliqua: viva la pace, a morte gli Usa e Israele, Khamenei è un dittatore ma aveva fatto anche cose buone, come resistere al “Grande Satana” e al “Piccolo Satana”, perché è così che Usa e Israele vengono chiamati da quelle parti. Alessandro Di Battista, già interprete di “stati canaglia”, rientra nel dibattito con la consueta grammatica geopolitica. Ilaria Salis scrive: «Gli attacchi criminali condotti dall’asse fascio-genocidario Stati Uniti e Israele non hanno nulla a che vedere con il sostegno al popolo iraniano oppresso dal regime».

La contraddizione rasenta l’assurdo. A rispondergli sono gli iraniani. A Firenze una giovane iraniana, Leila Farahbakhsh, esplode contro i “fintopacifisti”: «Le donne da noi sono sotto violenza, 10.000 persone accecate, voi dove eravate?». E ancora: «Eravate in piazza quando organizzavamo noi le manifestazioni?».

I centri sociali e l’asse ideologico

La cronaca nazionale si intreccia rapidamente così con quella estera. Presidi sotto il consolato Usa a Roma «contro l’aggressione imperialista all’Iran». A Torino Askatasuna mobilita “Intifada studentesca” e “Torino per Gaza”. A Milano Osa e Cambiare Rotta convocano i dissidenti in zona Turati. La regia è nota, il copione pure: il nemico è l’Occidente democratico, non il regime oppressore.

Nel frattempo Roberto Hamza Piccardo scrive che «il regime iraniano non è una dittatura ma una complessa struttura istituzionale, con meccanismi di sostituzione per elezione o cooptazione delle proprie classi dirigenti» e che lì e nel resto del mondo sciita «il seguito personale di Ali Khamenei era enorme». È la normalizzazione di un sistema che reprime il dissenso e limita diritti elementari, presentato come alternativa legittima all’“imperialismo”.

Le ambiguità della politica italiana

In Parlamento la frattura è evidente. Avs e M5S insistono sulla “democrazia esportata con i missili”. Dal Pd si brinda alla fine del regime ma si accusa l’Italia di subalternità a Trump, invocando negoziati. La maggioranza difende l’alleanza atlantica ma evita toni trionfalistici. Il risultato è un dibattito che oscilla tra cautela diplomatica e indulgenza ideologica.

Appena due mesi fa lo schema era identico con il Venezuela. Oggi si ripete con l’Iran. Stessi attori, stesse parole, stesso riflesso condizionato: quando l’America si muove, la narrazione dei “buoni contro i cattivi” riaffiora. Le vittime interne, intanto, passano in secondo piano.

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