Bollette e inflazione: cosa rischia l’Italia con la crisi mediorientale
Il nuovo e devastante conflitto mediorientale iniziato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha già avuto conseguenze importanti.
La chiusura dello Stretto di Hormuz e gli strike iraniani che stanno colpendo le monarchie del Golfo hanno scatenato in pochi giorni uno shock energetico comparabile all’invasione russa dell’Ucraina.
Centinaia di petroliere e metaniere si sono ritrovate ferme ai lati di quello stretto lembo di mare che divide il Golfo Persico dal Golfo dell’Oman, mentre i colossi della logistica globale come Maersk, Hapag-Lloyd e Msc hanno sospeso i transiti nell’area.
Prezzi del gas alle stelle, cresce anche il petrolio
Nella giornata odierna le borse europee hanno aperto in forte calo, ma sono i prezzi energetici a destare maggiore preoccupazione. Il Brent, benchmark europeo del petrolio, è schizzato ad 83 dollari al barile, rispetto ai 72,8 dollari della chiusura di venerdì.
Va ancora peggio per il gas, la borsa di Amsterdam (il TTF, principale hub europeo di riferimento anche per l’Italia) ha registrato rialzi ancora più violenti: le quotazioni sono salite dai 31 euro al megawattora di venerdì ai 60 di oggi, un aumento del 100%.
A fare da detonatore non è solo la chiusura dello Stretto, attraverso cui transita circa il 20 per cento del commercio mondiale di petrolio e gas. Dallo stabilimento di Ras Laffan, in Qatar (il più grande impianto di GNL al mondo) QatarEnergy ha annunciato la sospensione della produzione di gas naturale liquefatto dopo gli attacchi militari alle sue infrastrutture.
Cosa significa per i rifornimenti italiani
L’Italia è un Paese strutturalmente dipendente dall’importazione di gas naturale, con consumi che nel 2025 hanno superato i 63 miliardi di metri cubi.
Dopo lo shock del 2022, quando il gas russo rappresentava oltre il 40 per cento delle forniture, Roma ha operato una profonda diversificazione. Oggi il principale fornitore via gasdotto è l’Algeria, che attraverso il metanodotto Transmed garantisce circa il 33 per cento del fabbisogno nazionale.
Seguono l’Azerbaigian tramite il corridoio del TAP (circa il 16 per cento), il Nord Europa attraverso il Passo Gries (circa il 14 per cento) e una quota residua russa ormai irrisoria, scesa all’1,2 per cento dopo la fine del contratto di transito ucraino.
La grande novità degli ultimi anni è però l’ascesa del gas naturale liquefatto (GNL), che nel 2025 ha sorpassato per la prima volta l’Algeria come principale fonte di approvvigionamento, coprendo il 34 per cento dei consumi totali, con un incremento del 41 per cento sui volumi del 2024.
Merito dell’entrata in funzione dei nuovi rigassificatori di Piombino e Ravenna, che hanno portato la capacità nazionale a 28 miliardi di metri cubi annui.
Fra i fornitori di GNL, gli Stati Uniti hanno conquistato il primo posto con il 44 per cento dei carichi totali, seguiti proprio dal Qatar (24 per cento) e dall’Algeria (21 per cento).
Ed è qui che si annida il rischio maggiore: il Qatar, le cui forniture transitano quasi interamente per lo Stretto di Hormuz, copre circa un quarto del GNL importato dall’Italia, pari a oltre il 7 per cento del fabbisogno nazionale complessivo di gas.
Una quota che, per il momento, non può essere sostituita con altri fornitori senza ricorrere al mercato spot, a prezzi nettamente più elevati.
Ritorno al 2022?
Lo scenario che si prospetta potrebbe essere, ahinoi, simile al 2022, quando sull’onda dell’invasione russa dell’Ucraina l’inflazione superò il 12 per cento, le bollette del gas per le famiglie raddoppiarono e il costo dell’energia si trasformò nel principale fattore di compressione dei margini industriali.
Oggi, con Hormuz bloccato e il petrolio e gas dei Paesi del Golfo fermo, i meccanismi sarebbero analoghi.
Secondo le stime del Centro Studi di Conflavoro, una chiusura prolungata dello Stretto potrebbe costare all’Italia fino a 33 miliardi di euro in sei mesi, pari a circa l’1,5 per cento del Pil, con picchi del 3,5 per cento per il settore manifatturiero. Le bollette di famiglie e imprese potrebbero aumentare tra il 30 e il 40 per cento.
I segnali si vedono già. Secondo i dati del Codacons, i prezzi della benzina hanno già registrato i primi rialzi, con la verde che sale a 1,681 euro al litro e il gasolio a 1,736 – e nei prossimi giorni, se le quotazioni del petrolio non torneranno sui livelli precedenti, si prevedono incrementi significativi.
Particolarmente esposto sarebbe il settore manifatturiero italiano, che assorbe oltre il 31 per cento dei consumi nazionali di gas. In uno scenario estremo, il presidente di Conflavoro Roberto Capobianco non esclude razionamenti energetici per le industrie non strategiche.
La crisi mediorientale rischia quindi di diventare l’ennesimo shock di questi disgraziati anni Venti.