“Metal detector a scuola? Inutili. Classismo e disuguaglianze generano violenza”: l’intervista al sociologo Marco Romito
“Le cause dell’aggressività a scuola sono le stesse dell’isolamento e riguardano le disuguaglianze. Per questo provvedimenti repressivi o l’idea di utilizzare metal detector sono provvedimenti per lo meno miopi, perché ignorano la radice del problema”. Marco Romito, sociologo dell’educazione all’università di Milano-Bicocca, vive a Livorno e da anni studia il modo in cui la scuola contribuisce a riprodurre le gerarchie sociali. A Genova, invitato dal gruppo di autoformazione “Più che insegnare”, che riunisce docenti di scuole di diverso ordine e grado, allarga subito lo sguardo dalla narrazione emergenziale al modo stesso in cui è concepita l’istruzione in Italia. “Ci sono caratteristiche del sistema scolastico italiano (spesa inferiore rispetto ad altri Paesi, forza lavoro più precaria e meno pagata) che incidono in profondità. In questo contesto immaginare che una riforma securitaria possa risolvere qualcosa è perlomeno miope”. Il tema non è la cronaca di un episodio violento, ma il terreno su cui quell’episodio nasce, che è quello delle disuguaglianze.
La doverosa premessa teorica è che la scuola per la Costituzione dovrebbe essere lo spazio dell’emancipazione. I dati raccontano altro: in Italia la mobilità sociale è tra le più basse d’Europa e chi nasce in una famiglia con basso capitale culturale ed economico ha probabilità molto ridotte di cambiare posizione. La scuola, invece di correggere questa traiettoria, spesso la consolida. “Una potenziale opportunità di inclusione ed emancipazione che non funziona”, sintetizza Romito. Non è una tesi nuova. Negli anni Sessanta don Lorenzo Milani parlava di una scuola come “ospedale che cura i sani e manda via i malati”. Oggi, secondo Romito, il meccanismo non è scomparso: si è raffinato. “Le disuguaglianze di fronte alle opportunità educative non si sono per nulla ridotte e si stanno ampliando in modi anche più sottili e più difficili da scovare rispetto ai tempi di don Milani”. Il punto di rottura più evidente è il passaggio dalle medie alle superiori. È lì che il sistema italiano, fortemente differenziato tra licei, tecnici e professionali, canalizza gli studenti lungo traiettorie socialmente prevedibili.
Nel suo lavoro sulla segregazione scolastica, Romito descrive la scuola come un “arcipelago”, non un sistema unitario: istituti diversi per composizione sociale, qualità dell’offerta, aspettative e reputazione. La segregazione passa dalla concentrazione di studenti con caratteristiche sociali simili negli stessi spazi educativi. “Non è vero che i bambini vanno a scuola. Vanno in ‘quella specifica’ scuola, che è sempre più diversa dalla scuola che si trova in un altro quartiere. Dal punto di vista delle provenienze sociali degli alunni, ma anche della qualità degli insegnanti, il precariato infatti si è visto negli anni come finisci per penalizzare prevalentemente le scuole ritenute meno prestigiose”. Anche senza bocciature di massa, la selezione continua a operare. “Un ragazzo può arrivare al diploma senza essere bocciato, ma con quale tipo di competenze finisce quel percorso? I dati mostrano competenze estremamente divaricate”. Oltre alla dispersione scolastica “esplicita”, c’è anche quella “implicita” di chi non lascia la scuola, ma si trascina fino alla maturità senza apprendere nulla. Così si produce una nuova forma di selettività: meno esplicita, meno clamorosa, ma altrettanto efficace nel separare.
Questo va di pari passo con la retorica del merito che riguarda il discorso pubblico sulla scuola, sistema definito meritocratico per eccellenza. Ma dal momento che le condizioni di partenza sono diseguali, il merito diventa il linguaggio con cui si legittimano e consolidano le differenze: “Non solo la disuguaglianza nelle competenze che c’è all’inizio del percorso scolastico non diminuisce, ma salvo casi eccezionali tende ad aumentare”. È qui che entra in gioco quella che nella sua ricerca Romito definisce “violenza simbolica”: brutti voti, etichettature, provvedimenti disciplinari che, ripetuti nel tempo, costruiscono un senso di inadeguatezza: “Il bambino interiorizza un senso di incapacità. Può reagire isolandosi, facendo il minimo per sopravvivere nel contesto classe. Oppure può riconfigurare lo stigma come emblema da mostrare, attraverso il conflitto anche fisico con l’istituzione scolastica”. Di qui l’apparente contraddizione di adolescenti mediamente passivi dove tuttavia si assiste episodicamente a casi esplosivi di aggressività: “Due facce della stessa medaglia dell’esclusione”.
C’è poi un’altra dinamica più sottile, che nei “disability studies” viene chiamata “medicalizzazione delle difficoltà scolastiche”: aumento di diagnosi, certificazioni, percorsi personalizzati. Nascono come preziosi strumenti di sostegno e inclusione: “Ma a fronte della narrazione istituzionale che richiama alla necessità di premiare il merito e l’eccellenza, la medicalizzazione diventa il modo più semplice per incasellare chi non sta al passo con le performance richieste”, spiega Romito. “Parliamo di neurodiversità, che potenzialmente riguarda tutti”. Gli studi parlano di un approccio “integrativo e segregativo”. Così anche strumenti compensativi che nascono per includere, possono produrre percorsi paralleli: “Un approccio inclusivo dovrebbe cambiare il funzionamento della classe o della scuola. Invece spesso si crea un percorso separato che consente alla scuola di apparire inclusiva”. C’è anche un tema di accesso diseguale: le famiglie con maggiori risorse culturali ed economiche ottengono più rapidamente certificazioni (più o meno attendibili) e strumenti, ampliando ulteriormente il divario. Il risultato può essere un percorso con minore rischio di bocciature, ma anche con aspettative più basse e opportunità ridotte. Una protezione che rischia di diventare confinamento.
In questo quadro, i metal detector appaiono per ciò che sono: una risposta simbolica e spot a un problema strutturale: “Le cause degli episodi di violenza sono le stesse dell’isolamento”, ripete Romito: “Disuguaglianze, etichettamento, segregazione, percorsi differenziati che concentrano fragilità e stigmi negli stessi spazi”. Per provare a essere “quella della Costituzione”, al servizio dei gruppi sociali più distanti dalla cultura accademica tradizionale, la scuola dovrebbe intervenire sui propri meccanismi di funzionamento, ma spesso è vittima di un conservatorismo diffuso tanto tra i professori che i genitori, con un “sì è sempre fatto così” che prevale sulla sperimentazione di percorsi capaci di contrastate concretamente la riproduzione delle disuguaglianze scolastiche a partire dai banchi di scuola.
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