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Sfilate, cosa resterà del fashion month?

Scende il sipario sul mese della moda donna. Con lo show di Pierre Cardin di ieri sera a Parigi, è il momento di tirare le somme sullo stile del prossimo autunno/inverno 2026. Partito da New York, il tour de force dello stile si è snodato tra Londra, Milano e Parigi, raccontando la creatività di oltre 440 brand. Tra maison blasonate, debutti altolocati e new names, la moda riflette le incertezze della contemporaneità, privilegiando scelte sicure e rimandando alla prossima stagione occasioni di brivido. Salvo alcune eccezioni, infatti, lo stile si fa cauto, quasi timido, è proprio il caso di dire che anche la moda aspetta tempi migliori per dare spazio alla creatività più disruptive. Una tendenza chiara fin dai primi show della Grande Mela, dove non mancano conferme, Calvin Klein disegnato da Monica Leoni, Michael Kors e Carolina Herrera versione Wes Gordon, ma ad accendere l’attenzione è stato soprattutto Nicola Brognano che ha esordito alla guida di 7 For All Mankind. Il designer, ex direttore creativo di Blumarine, ha confermato quello che tutti sanno, ma forse non dicono abbastanza ad alta voce: non solo è talentuoso, ma sa cogliere l’attimo, sintetizzando nostalgia e sex appeal. La fashion week londinese, nonostante l’impegno del British Fashion Council, continua ad attraversare una fase di transizione, dove si notano i big come Burberry ma non si vedono all’orizzonte quell’avanguardia dirompente che ha sempre caratterizzato il lavoro dei talenti d’oltremanica. Certo sono rientrati in calendario – e questo è un buon segno, nomi come Themperly London, Julien Macdonald, Jhon Richmond e poi Joseph, ma la sensazione è che la collezione più interessante sia quella di Lidl, la catena di supermercati tedeschi, che dopo la Croissant del 2024, torna a fare squadra con il designer americano Nik Bentel con la nuova Trolley Bag. C’era poi grande attesa per Milano con cinque hot ticket: Maria Grazia Chiuri da Fendi; Izumi Ogino da Anteprima, Emporio Armani con lo show co-ed firmato da Silvana Armani e Leo Dell’Orco; Meryll Rogge da Marni e Demna Gvasalia al timone di Gucci. Il risultato? Maria Grazia Chiuri e Demna Gvasalia hanno fatto quello che sanno fare meglio, sottolineando rigore e metodo la prima e andando a rileggere l’epoca d’oro di Tom Ford, il secondo. Le collezioni belle, ma a scatenare l’hype sono il parterre e la partecipazione di Kate Moss. Probabilmente lo show più interessante in termini di novità è stato quello di Marni: Meryll Rogge riaccende lo spirito originale del brand, brava. Prada è un discorso a parte -ma fino a quando? – la collezione è intellettuale e racconta del potere trasformativo della femminilità, ma poi ti ricordi gli accessori. Tra i new names è l’estetica materica di Liwen Liang a risvegliare il calendario presentazioni. Ultima tappa Parigi con un centinaio di appuntamenti tra la prima collezione di Antonin Tron da Balmain; l’addio di Pieter Mulier da Alaïa e le seconde prove di Jonathan Anderson da Dior, Matthieu Blazy da Chanel, Mark Thomas da Carven; Jack McCollough e Lazaro Hernandez da Loewe con uno show co-ed e poi ancora Miguel Castro Freitas da Mugler, Pierpaolo Piccioli da Balenciaga e Duran Lantink da Jean Paul Gaultier. E proprio quest’ultimo, dopo un esordio discutibile, si riposiziona tra i brand to watch. Al calendario francese sono mancati l’estro di Coperni, che sta attraversando una fase di crisi, la visione di Margiela che è in trasferta alla Shanghai Fashion Week. Lato maison, Saint Laurent non delude, ma non esalta seppur la celebrazione dei 60 anni del suo tuxedo abbia trovato non pochi consensi; Tom Ford sotto l’egida creativa di Haider Ackerman è sempre più interessante, Hermés business as usual, Louis Vuitton si affida all’effetto wow dei volumi e a un front row da capogiro e Miu Miu si avvicina all’estetica di Prada e gioca sul casting, portando in passerella Chloë Sevigny e Gillian Anderson. Dior e Chanel sottolineano il loro dna couture, evidenziando l’indubbio talento dei rispettivi designer, ma forse ci vuole ancora una stagione di rodaggio per completare il passaggio di consegne. All’avanguardia, del resto, ci pensano Hanna R. Dalton e Steven R. Bhasaskaran di Matières Fécales, e Henry Alexander Levy di Enfants Riches Déprimés.

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