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Alle origini della Nouvelle Vague: “Il giovane furioso 1954” di Siniscalchi svela il Truffaut prima di Truffaut

«Signor Parvulesco qual è la sua più grande ambizione?». «Divenire immortale e poi morire». Entriamo dall’obbiettivo di Fino all’ultimo respiro per raccontare Nouvelle Vague. Anzi, già che ci siete, tenete a mente il nome di Parvulesco perché di questa storia sarà il nostro passepartout. Richard Linklater, cineasta texano 65enne, dopo aver girato School of Rock, Boyhood, Blue Moon e un’altra ventina, abbondante, di pellicole ha deciso di tornare alle pendici del nuovo. Dell’avanguardia e quindi di citofonare alla memoria di Jean-Luc Godard.

Siamo in Francia e il 1959 è disposto a lasciare il campo agli anni ‘60. I giovani emersi dalle pagine della rivista Cahiers du cinéma pronti a riprendersi il futuro. Oltre a Godard ci sono Éric Rohmer, Jacques Rivette, Claude Chabrol e François Truffaut. Gli ultimi due hanno già baciato il proprio genio con la cellulosa e ora è il turno del protagonista di Linklater. Chi li ha tenuti a battesimo è stato André Bazin, fondatore del periodico Cahiers du cinéma, morto nel 1958 il primo giorno di riprese de I quattrocento colpi, l’opera prima di Truffaut. Sono così, quindi, sulla riva del menefreghismo delle produzioni altrui, pronti a stroncare tutto quello che non è già domani. Artivisti del cinema. Con nuove lenti, come quelle oscure di Godard, forse fotosensibile, ma che ribalta le parole di Battiato del “sintomatico mistero”. Qui il carisma c’è. C’è davvero.

Sono teppisti? Sono vandali? Sono la santa teppa del cinema? Godard ha 29 anni e vive l’ansia del dover fare. Del genio che deve mettere su schermo il proprio io, il proprio noi, il proprio percorso. È il capitalismo, il liberismo che schiaccia, ma bisogna sapersi costruire ed emergere dall’inquietudine dell’individuo. Ecco l’omaggio di Linklater che sceglie il bianco e il nero per raccontare sostanzialmente il dietro le quinte di Fino all’ultimo respiro. Parigi nonostante l’assenza di colori è il suo cielo che sovrasta e si appiccica sull’anima. E i volti degli attori che interpretano Belmondo, Seberg, Schiffman, de Bearegard e gli altri sono sconosciuti eppure sembrano fatti per questo. Intanto le citazioni passano e restano. L’omaggio nell’omaggio fatto di un citazionismo marcato, ma mai invadente. Un lungometraggio, quasi, da vedere con le note del telefono aperte per prendere appunti. Perché usciti dalla sala la massa di film da cercare, vedere e su cui meditare diventa una mole importante. Un tributo quello di Linklater appassionato e devoto. L’allievo che torna dal maestro con il suo sacrificio.

Il girato è tutto meno che politico, eppure gli intrecci ideologici dietro Nouvelle Vague sono quantomeno sorprendenti. Claudio Siniscalchi, per Settimo Sigillo, ha pubblicato Quando la “Nouvelle Vague” era fascista. Jean Parvulesco e il nuovo cinema francese (1960), ma non pago del suo lavoro è tornato in libreria, questa volta coi tipi di Inquadrature perfette, assieme a Il giovane furioso 1954: François Truffaut contro Georges Sadoul accompagnato dalla prefazione del critico cinematografico e regista Steve Della Casa.

Siniscalchi, docente e storico del cinema, diventa a questo punto il nostro Virgilio per tratteggiare le pulsioni fasciste di Godard e soci. «Parvulesco», nel nostro personale plot twist eccolo comparire finalmente, «se nei suoi articoli dell’epoca avesse usato termini per definire la Nouvelle Vague come “conservatorismo rivoluzionario di destra” o “anarchismo di destra” al posto di Fascismo sarebbe, oggi, considerato un precursore di studiosi moderni come Antoine de Baecque». Per capirci Borde sulle pagine di Cinéma français d’aujourd’hui scrisse che Belmondo, protagonista di Fino all’ultimo respiro, «somiglia a un paracadutista in libera uscita» per di più «fascistoide».

Per comprendere, meglio, questa passione per i maledetti di Francia, leggasi i collaborazionisti, c’è un episodio che chiarifica le pulsioni giovanili dei cineasti. Ovvero l’incontro, avvenuto a cavallo del 1954 e del 1955, di Truffaut con Lucien Rebatet – di quest’ultimo Mitterrand disse: «L’umanità si divide in due campi. Quelli che hanno letto I due stendardi (opera letteraria dell’autore francese, ndr) e gli altri» – che Siniscalchi racconta in Un rivoluzionario decadente. Vita maledetta di Lucien Rebatet (Oaks Editrice). Ovvero la parabola dell’incorruttibile che ancora alla fine degli anni ‘60 era pronto a rinnegare tutto tranne la sua adesione alla rivoluzione fascista.

«Non è chiaro se Truffaut abbia cercato Rebatet o viceversa. I due confrontandosi e dialogando hanno capito che la natura della loro gioventù era la stessa. All’epoca Truffaut collaborava con una rivista che vedeva riunita la vecchia destra francese. Si riconoscevano, entrambi spiriti antiborghesi e anticlericali, e l’incontro fu tutto meno che casuale», scrive Siniscalchi. Di più? Il regista di Fahrenheit 451 recensì positivamente la nuova edizione della storia del cinema, pubblicata originariamente negli anni ‘30, di Bardèche e Brasillach attirando le critiche interne al suo stesso ambiente.

Poi dopo il successo di fine anni ‘50 e inizio ‘60 incontrarono il silenzio e i flop così «l’evoluzione della Nouvelle Vague va verso la sinistra. Truffaut, infatti, passa da Rebatet a Sartre». Ma perché? «Una conversione dettata da motivi economici, soprattutto per via degli insuccessi commerciali, e l’adeguamento dell’establishment culturale in vista del ‘68», ci dice ancora Siniscalchi. Così mentre Melville che interpreta Parvulesco nella pellicola originaria di Godard (per quel ruolo il regista voleva Céline, che declinò l’invito) punta all’immortalità le storie dei grigi e delle mescolanze di idee tornano tra noi. Anche se la memoria ha voluto celarle, per non avere proiezioni ingombrati. Che però restano e tornano dando colore alla storia.

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