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GLAY, la leggenda del J-rock non è finita: dopo 30 anni i giganti del rock giapponese tornano con “Dead Or Alive”

Nel racconto della musica giapponese contemporanea esistono alcune traiettorie che coincidono quasi perfettamente con la trasformazione di un’intera industria culturale. I GLAY sono una di queste.

Quando emergono nei primi anni Novanta, il Giappone sta vivendo uno dei momenti più intensi della propria cultura pop. È l’epoca del boom discografico, quando il CD diventa il formato dominante e il mercato musicale giapponese raggiunge dimensioni gigantesche. È anche il momento in cui il rock nipponico trova finalmente un’identità riconoscibile, distinta sia dall’eredità occidentale sia dalla tradizione pop domestica.

È in questo contesto che si affermano i GLAY, band nata a Hakodate, nell’isola di Hokkaido, destinata a diventare uno dei pilastri della scena rock giapponese.

Negli anni Novanta il percorso delle band è ancora quasi rituale: piccoli live club, tournée nei live house, poi teatri, arene e infine i dome, le immense cupole che rappresentano il vertice dell’industria musicale nipponica. È una scalata lenta, costruita concerto dopo concerto. I GLAY percorrono esattamente questa traiettoria, trasformandosi progressivamente in uno dei fenomeni musicali più grandi del paese.

Parallelamente nasce anche un nuovo linguaggio culturale. Espressioni come visual kei e J-rock iniziano a definire un movimento che non è soltanto musicale, ma anche estetico e identitario. Le band diventano universi visivi, narrazioni collettive, comunità di fan.

Dentro questa rivoluzione i GLAY costruiscono una cifra sonora molto precisa: melodie emotive, struttura compositiva rigorosa e un’energia rock capace di parlare a pubblici molto diversi. Una formula che li porterà a vendere milioni di dischi e a entrare stabilmente nella storia della musica giapponese.

Il loro concerto del 1999 davanti a circa duecentomila persone resta ancora oggi uno dei live più monumentali mai realizzati da una band giapponese. Ma ciò che rende davvero unica la loro storia è la capacità di attraversare epoche diverse senza perdere identità.

I GLAY hanno vissuto la stagione d’oro del mercato fisico, la crisi della discografia tradizionale e infine la rivoluzione dello streaming globale. Tre sistemi industriali completamente diversi.

Oggi quella traiettoria entra in una nuova fase con “Dead Or Alive”, il sessantatreesimo singolo della band, pubblicato dopo quasi due anni di silenzio discografico e subito dopo il trentesimo anniversario dal debutto.

Il brano è stato scritto appositamente come opening theme della serie anime Record of Ragnarok III, prodotta da Warner Bros. Japan e distribuita in streaming mondiale su Netflix.

È una scelta che racconta molto bene come sia cambiato il modo in cui la musica giapponese viaggia nel mondo. Se negli anni Novanta la diffusione internazionale passava principalmente attraverso dischi e tournée, oggi uno dei principali vettori globali della cultura pop giapponese è proprio l’anime.

“Dead Or Alive” nasce dal desiderio di TAKURO di tornare all’essenza del rock dei GLAY. Il brano unisce riff aggressivi, il basso potente di JIRO, gli arrangiamenti di HISASHI e la voce magnetica di TERU, costruendo un anthem pensato per accompagnare l’intensità narrativa della serie.

«Siamo estremamente onorati di essere stati scelti per l’opening theme di un’opera che ha conquistato un’enorme popolarità fin dalla prima stagione», ha commentato TAKURO. «Abbiamo creato “Dead Or Alive” pensando alla grandezza della storia di Record of Ragnarok e ai conflitti dei suoi personaggi, che non possono essere giudicati soltanto attraverso il concetto di giustizia. La canzone fonde l’energia dell’azione con l’intensità intrinseca del rock».

È l’inizio del trentunesimo anno di carriera della band. E, come raccontano loro stessi, forse anche l’inizio di una nuova stagione per il rock giapponese.

Panorama li ha intervistati in esclusiva.

GLAY sono emersi negli anni Novanta come parte di una generazione che ha ridefinito il rock giapponese. Dal vostro punto di vista, in che modo quell’epoca ha trasformato strutturalmente l’industria musicale del Giappone, non solo dal punto di vista artistico?

TAKURO: Gli anni Novanta sono stati davvero un’epoca rivoluzionaria. Era il momento di massimo splendore del mercato dei CD e c’era un percorso molto chiaro che permetteva agli artisti di crescere: dai piccoli locali di musica dal vivo fino ai dome. Proprio in quegli anni termini come quelli che oggi chiameremmo “visual kei” o “J-rock” hanno iniziato a diffondersi e a essere riconosciuti dal grande pubblico. Ma credo che la cosa più importante fosse che noi potevamo andare avanti spinti semplicemente dal desiderio di suonare la musica che amavamo. Anche le etichette discografiche erano più disposte a correre rischi e a sostenere nuove band, e penso che quello spirito abbia gettato le basi per la scena musicale diversificata che vediamo oggi.

Oggi la musica giapponese viene sempre più amplificata dagli anime come piattaforma globale di distribuzione. Quanto eravate consapevoli della dimensione internazionale mentre componevate “Dead or Alive” per Record of Ragnarok III?

TAKURO: Ne eravamo molto consapevoli. Essendo l’opening theme di una serie distribuita in tutto il mondo su Netflix, sapevamo che non poteva essere semplicemente “rock per il Giappone”. Volevamo creare una canzone che le persone di tutto il mondo potessero ascoltare alzando il pugno e cantando insieme.

Abbiamo quindi inserito sia nel suono sia nei testi temi universali — la determinazione a combattere e l’energia per sopravvivere — perché fin dall’inizio immaginavamo un pubblico globale. La risposta dall’estero è stata incredibilmente appassionata e ci fa sentire che la sfida è valsa la pena.

Le sigle degli anime spesso diventano una porta d’ingresso alla cultura giapponese per il pubblico internazionale. Considerate questa collaborazione parte di una strategia più ampia di esportazione culturale?

HISASHI: La cultura domestica giapponese — che si tratti di anime, manga, videogiochi, musica o cosplay — ha in generale una sensibilità molto distintiva. Quando questi elementi diversi si incontrano e si mescolano, l’energia che nasce da questa sorta di attrito creativo rafforza ogni singolo medium in modo positivo.

Ho visto diversi amici avere grande successo nei tour all’estero e credo che una delle ragioni sia che anche la musica degli anime più di nicchia — quella che in Giappone potrebbe essere considerata molto specialistica — trova un sostegno appassionato all’estero. Questo slancio culturale incrociato potrebbe essere una delle forze chiave dietro questa espansione globale.

I GLAY sono rimasti rilevanti attraverso l’era delle vendite fisiche, quella dei CD e oggi nello streaming. Qual è stata la transizione più difficile nell’adattarsi al mercato digitale globale?

HISASHI: Negli anni Novanta ricordo che la comunità dei fan della musica giapponese era incredibilmente vibrante ed energica. Poi, intorno agli anni Duemila, con l’espansione rapidissima delle piattaforme, quell’energia ha continuato ad accelerare. Con la diffusione dei servizi in abbonamento come Spotify abbiamo iniziato a vedere veri e propri fenomeni di grande risonanza.

Noi abbiamo sempre cercato di accogliere il cambiamento con leggerezza e positività, invece di considerarlo qualcosa di negativo. In fondo il piacere di collezionare musica si è semplicemente spostato nel cloud, permettendo alle persone di scoprire più talenti che mai. Questo ha anche aperto la porta a collaborazioni con media e artisti con cui forse non ci saremmo mai incontrati in passato — e lo vediamo come qualcosa pieno di possibilità.

A livello personale, uno dei vantaggi più grandi dell’epoca COVID è stato il grande miglioramento della precisione e della qualità delle registrazioni online.

Rispetto alla fine degli anni Novanta, quando dominare il mercato domestico era la priorità, oggi il posizionamento globale è molto più centrale. Come affrontano i GLAY la visibilità internazionale nel 2026?

TAKURO: Nel 2026 non si tratta più di “avere successo in Giappone e poi andare all’estero”. Fin dall’inizio gli artisti creano musica pensando al mondo e si connettono direttamente con i fan attraverso social media e piattaforme di streaming.

Per noi significa sfruttare piattaforme globali come gli anime — proprio come abbiamo fatto con Dead Or Alive — e aumentare i live streaming con sottotitoli in inglese, in modo che il pubblico internazionale possa partecipare in tempo reale. L’essenza dei GLAY non è cambiata, ma vogliamo rimanere flessibili nel modo in cui portiamo la nostra musica alle persone e continuare a crescere insieme ai fan in tutto il mondo.

La narrazione mitologica di Record of Ragnarok parla di conflitto, destino e sopravvivenza. Questi temi hanno risuonato con il vostro percorso come band attraverso decenni di cambiamenti dell’industria musicale?

HISASHI: In realtà, in un certo senso siamo l’opposto. Piuttosto che identificarci con il conflitto, nei momenti di caos abbiamo rafforzato l’unità all’interno della band. Il nostro ambiente creativo è molto caloroso: ci concentriamo semplicemente sul piacere di fare musica senza pensarci troppo, e crediamo che questo sentimento arrivi ancora agli ascoltatori, anche nell’era digitale e degli abbonamenti.

Il Giappone ha attraversato molti momenti difficili, dai grandi terremoti agli atti di terrorismo, e questi eventi hanno pesato molto sui cuori delle persone. Per quanto ci proviamo, musica e intrattenimento non sono salvagenti in senso letterale. Ma crediamo che la ricchezza emotiva sia essenziale, ed è per questo che abbiamo scelto di continuare a creare musica che porti gioia anche nei momenti più bui e scoraggianti.

Il rock giapponese è spesso descritto come emotivamente espressivo ma strutturalmente molto preciso. Come definireste l’identità dei GLAY dentro questa tradizione?

TAKURO: Credo che sia proprio quell’equilibrio tra emozione appassionata e costruzione meticolosa. Diamo sempre priorità a melodie e testi capaci di muovere il cuore, mentre il suono viene costruito con grande attenzione attraverso gli arrangiamenti di chitarra di HISASHI e il groove ritmico di JIRO.

Ciò che rende unici i GLAY è che anche quando l’emozione esplode, la musica non si disgrega mai: c’è una forza centrale che tiene tutto insieme. Ed è proprio questo equilibrio che ci permette di esprimere tutta la nostra potenza sul palco durante i concerti dal vivo.

Come veterani di concerti da record, come reinterpretate oggi il concetto di energia live in un’epoca in cui il pubblico globale incontra la musica prima online?

HISASHI: A causa del COVID molte forme di intrattenimento sono state limitate, e noi abbiamo dovuto cancellare il nostro dome tour e passare le giornate a fare concerti online. Guardando indietro, penso che quel periodo abbia avuto anche alcuni effetti positivi. Ma esiste un’intensità emotiva che si può vivere soltanto in un concerto dal vivo, dove gioia, rabbia, tristezza ed entusiasmo vengono condivisi nello stesso momento.

Quando le cose hanno iniziato a tornare alla normalità, l’energia attorno alla distribuzione cinematografica di I è stata incredibile. Sembrava davvero che l’intrattenimento fosse tornato in vita. Anche nei grandi festival, persino sotto un caldo estremo, le folle si radunano oltre ogni limite. Il vero fascino dei concerti live è proprio quella qualità quasi “addictive”, qualcosa che solo chi è stato catturato dall’energia del live può comprendere davvero.

Guardando al futuro, pensate che il rock giapponese stia entrando in una nuova fase di influenza globale? E quale ruolo intendono avere i GLAY in questa evoluzione?

TAKURO: Stiamo sicuramente entrando in una nuova fase. Con gli anime, i videogiochi e piattaforme come TikTok che permettono ai contenuti giapponesi di raggiungere direttamente i giovani in tutto il mondo, esiste una reale opportunità perché il J-rock venga riscoperto e apprezzato su scala globale.

Come GLAY vogliamo continuare a essere pionieri, ma anche una band ancora attiva e in evoluzione. Mostrando alle nuove generazioni cosa significa davvero costruire una carriera musicale nel lungo periodo, speriamo di poter costruire i prossimi trent’anni insieme ai fan di tutto il mondo.

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