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Referendum, l’ultima bufala del No: la riforma penalizza le donne. La giurista fa a pezzi Mannoia &Co

Cantanti e registe blasonate,  da Fiorella Mannoia a Francesca Comencini, da Archibugi a Kustermann a Foglietta seguono una scia di notizie deliranti: se vince il Sì i diritti delle donne saranno a rischio. La separazione delle carriere farebbe male alla tutela delle donne soprattutto quelle vittime di violenza. Sfideremmo chiunque a trovare nella riforma quel sarebbe il diabolico che penalizzerebbe le donne. Eppure la polarizzazione del voto referendario è riuscito a far emergere posizioni assurde per “intortare” gli indecisi o chi non ha dimestichezza con la materia giuridica.

L’assurda teoria che il Sì farebbe il male dei diritti delle donne

Così, a pochi giorni dal referendum, oltre 1.700 fra giuriste, accademiche, politiche, artiste e attiviste lanciano un appello pubblico a votare No. Sono loro le vere femministe, così si atteggiano: «Quando l’autonomia della giustizia si indebolisce», scrivono le firmatarie, «si indebolisce anche la capacità dello Stato di riconoscere e contrastare violenze, discriminazioni e disuguaglianze». Per tutte costoro, in sintesi, votare No è da femministe, votare Sì è proprio chi non ha a cuore i destini delle donne. Fa ridere, se solo elencassimo tutte le donne che da sinistra si sono esposte a favore di questa riforma: tra tutte Paola Concia, Picierno, Gualmini. Chi potrebbe affermare che non hanno a cuore i diritti femminili? Invece, alle suddette artiste si aggiungono Angela Finocchiaro, Elisa Ercoli, Livia Turco e Anna Finocchiaro: sostengono che il ddl Nordio deformi l’architettura della magistratura. Con riflessi nocivi, ancora una volta, sulle donne. Naturalmente, il sotto-testo è questo: la riforma attuerebbe il contrario di quel che dice Giorgia Meloni…

La penalista sul Dubbio zittisce le “vere” femministe…

Secondo loro con  la modifica del ruolo del pubblico ministero, sganciato dalla cultura della giurisdizione «le donne», in sostanza, «rischiano di diventare l’ultimo dei problemi nell’agenda delle procure».  Da qui l’appello a votare no. «Una scelta femminista e democratica». A zittire il fronte e confutarne le tesi strampalate è il quotidiano Il Dubbio che è fortemente specializzato sulla materia giuridica e onesto intellettualmente: “Le femministe per il No e la favola delle carriere separate che indebolirebbero la tutela delle donne…“.

E’ Aurora Matteucci, avvocata del Foro di Livorno, dal 2014 è componente del Consiglio direttivo della Camera Penale di Livorno ( dal 2020 ne è presidente) che si incarica di replicare: “Ho scoperto recentemente che esiste anche un “dissenso femminista” alla riforma della magistratura. Un’altra bufala che si aggiunge alla già nutrita serie delle letture che avrei preferito non fare di questi tempi, in cui abbiamo sentito un po’ di tutto”. Già chi vota sì si è sentito dare degli amici di Licio Gelli, criminali, mafiosi, fascisti, cattive persone e ora pure nemici delle donne. L’autrice dell’articolo non ha particolari simpatie per il centrodestra, lo ammette chiaramente: la sua è una critica nel merito. “La tutela delle donne non passa dall’unione delle carriere dei magistrati. Non passa, come affermano le autrici dell’articolo, dall’unicità del Csm. Che non c’entra un bel niente”.

La premessa

“Affermare che «la fiducia delle vittime nella giustizia non si rafforza dividendo culture e responsabilità, ma garantendo coerenza tra fase inquisitiva e fase giudicante» significa aderire ad un’idea inquisitoria di accertamento penale. Si dica apertamente, senza tanti giri di parole e senza scomodare il referendum: aboliamo il contraddittorio, il giusto processo di parti. Se fase inquisitiva e giudicante devono essere coerenti – cioè se le misure cautelari prima e la condanna poi, perché di questo si parla, devono essere la conferma dell’accusa- potremmo fare a meno della difesa e forse persino del processo!”. L’autrice fa una disamina attenta e puntuale delle norme procedurali. Per poi affermare: “La verità è che la separazione delle carriere non indebolirà la tutela delle donne. Non farà lievitare il numero delle archiviazioni”. Poi chiede: “E’ mai possibile che pubblici ministeri, vincitori di un concorso estremamente selettivo, indipendenti da ogni altro potere (come previsto a chiare parole, a differenza di oggi, dal nuovo art. 104 Cost), improvvisamente smetteranno di ricevere adeguata formazione sui cosiddetti reati del “codice Rosso” nonostante corsi specifici siano stati previsti per legge ( legge Roccella poi integrata dalla legge sul femminicidio)? Nonostante – dati alla mano (monitoraggio del Csm del 7 maggio 2025)- il 90 % delle Procure italiane ha istituito un gruppo specializzato per la trattazione degli affari in questa materia”?

“Ben venga l’Alta Corte”

Dunque, è  vero il contrario.  “E cioè che pubblici ministeri separati dai giudici dovranno, invece, fare la fatica di essere ancora più preparati. Perché a giudicare la fondatezza o meno dell’accusa non saranno i loro colleghi, ma magistrati appartenenti ad altra carriera: comunque obbligatoriamente formati anche sulla violenza di genere, realmente terzi e non più appiattiti, specie in fase di indagine, sulle tesi dell’accusa (qualunque esse siano)”. Aurora Matteucci confuta poi “l’assurda tesi che un Csm separato sarebbe meno incisivo nel sanzionare scelte processuali che si discostino dall’applicazione rigorosa delle Convenzioni internazionali sulla violenza domestica. Non ho notizia – scrive-  ma forse è un mio limite, di sanzioni disciplinari comminate a magistrati che si siano discostati dalle fonti internazionali. Certo c’è da pensare che se per l’attuale sezione disciplinare del Csm la ritardata scarcerazione di un detenuto costituisce “fatto di scarsa rilevanza” perché non ha compromesso l’immagine del magistrato, mi viene da dire: ben venga allora la riforma, ben venga l’Alta Corte.

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