Gli italiani hanno detto No ad un regime autocratico. Ora la politica si rimetta sui binari giusti
Certamente la netta vittoria del No al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati è da ascrivere allo straordinario impegno che magistrati (soprattutto Gratteri), giornalisti, intellettuali e politici della vecchia guardia, hanno posto nello spiegare la reale portata del quesito referendario: e cioè il doppio significato che questo quesito recava in sé: non solo la “separazione delle carriere”, ma anche e soprattutto il ridimensionamento del potere giudiziario e la subordinazione dei pubblici ministeri al potere esecutivo, con conseguente, gravissima distruzione dell’equilibrio dei poteri. Un equilibrio già fortemente alterato con la incorporazione nell’Esecutivo del potere legislativo del Parlamento, attraverso la pratica della sostituzione delle leggi di iniziativa parlamentare con il sistema dei decreti legge sottoposti all’approvazione delle Camere.
E tutto questo nella visuale di un più ampio disegno di modifica della Costituzione, da realizzare con le “autonomie differenziate”, la “separazione delle carriere” dei magistrati, e, infine, con l’attuazione del disegno di legge costituzionale sul “premierato”. Né si dimentichi l’affermazione del ministro Tajani, secondo il quale, dopo l’approvazione del “premierato”, si sarebbe provveduto a eliminare l’articolo 109 della Costituzione, secondo il quale “L’Autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria”.
Il tutto, peraltro in un quadro politico che già aveva visto la abrogazione del reato di abuso di ufficio, per salvare i cosiddetti “colletti bianchi”, il forte ridimensionamento della giurisdizione della Corte dei conti, le limitazioni al diritto di manifestazione del proprio pensiero, effettuato con i due decreti sicurezza, l’attuazione di una politica economica e fiscale che ha favorito le grandi evasioni, una tassazione iniqua (la flat tax), che fa pagare il grosso delle tasse ai lavoratori dipendenti, favorendo i ricchi, una forza lavoro frantumata in lavoro a termine, precario e flessibile, la mancanza di misure di sicurezza sul lavoro, una povertà assoluta di sei milioni di persone e una povertà relativa di oltre dieci milioni di persone, una sistematica distruzione dell’ambiente con enormi consumi di suolo, la distruzione della sanità e le gravissime difficoltà dell’istruzione, l’incremento abnorme di spese militari, con conseguente dipendenza dell’Italia dalla politica dissennata di Trump, e così via. Insomma, in un sola parola, la trasformazione della nostra “democrazia” in un “regime autocratico”.
E gli italiani hanno capito, e si sono precipitati in massa alle urne, con una partecipazione che ha sfiorato il 60 per cento degli aventi diritto al voto. Singolare è stato la risposta dei giovani, che, si sono immediatamente resi conto che qui, si trattava della limitazione delle libertà costituzionali, e, con il loro entusiasmo, hanno dato un apporto molto significativo alla vittoria del No.
Ora si tratta di rimettere sui binari giusti la politica del nostro Paese. Si spera nelle prossime elezioni e nella capacità dei partiti vincenti di rendersi conto che il disastro nel quale viviamo dipende da una politica economica sbagliata, seguita negli ultimi trenta anni, sia dai governi di destra, sia dai governi di sinistra. Si impone, in altri termini, un radicale cambiamento. Occorre restituire agli italiani le loro fonti di produzione di ricchezza, alienate con le micidiali “privatizzazioni” delle Aziende pubbliche, che avevano prodotto il “miracolo economico italiano degli anni sessanta”, garantendo “produttività e posti di lavoro”. Occorre sostituire il vigente sistema economico predatorio neoliberista, fondato sull’accentramento della ricchezza, la forte competitività e l’esclusione dello Stato dall’economia, con il sistema economico di stampo keynesiano, che vuole la distribuzione della ricchezza e l’intervento dello Stato nella economia. Lo impone l’articolo 43 della vigente Costituzione della Repubblica italiana.
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