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Primo stop per l’Inter di Chivu e primi dubbi…

Per una squadra con ambizioni come l’Inter, inciampare in casa contro un avversario solido e fisico già alla seconda giornata è un campanello d’allarme. La sconfitta con l’Udinese richiama troppe similitudini con alcune delusioni della passata stagione: stessi interpreti, stesso modulo, stessi errori. Non è la caduta di una squadra nuova ancora in rodaggio, ma di un undici praticamente identico a quello dell’anno scorso, incapace di ribaltare un’Udinese ordinata nonostante un intero tempo a disposizione.

Equilibri tattici da rivedere

Il match ha evidenziato difficoltà di convivenza tra Calhanoglu e Sucic. Le loro caratteristiche si sovrappongono, rendendo meno efficaci entrambi: non a caso il croato è apparso in costante affanno, commettendo numerosi errori in fase di impostazione. L’Inter è sembrata priva di riferimenti chiari e di una vera guida in campo; la generosità di Barella non è bastata a mascherare l’assenza di una leadership forte e la squadra si è spenta contro un avversario ben organizzato.

Le solite difficoltà contro le difese chiuse

La dirigenza continua a escludere l’arrivo di un trequartista o di un giocatore capace di saltare l’uomo. E così, di fronte a una formazione compatta e arroccata come spesso accade in Serie A, i nerazzurri sono andati nuovamente in crisi. È un copione già visto: il club ha preferito puntare su innesti giovani piuttosto che su due investimenti di peso, e il rischio è di rivedere più volte lo stesso film durante la stagione.

Un rapporto complesso con i tifosi

La distanza tra società e tifoseria emerge con forza. Quella nerazzurra è una comunità enorme, legata più a un sentimento che a un rapporto professionale. Da qui nasce l’inquietudine quando le scelte dirigenziali appaiono poco comprensibili. Nonostante i trofei raccolti negli ultimi anni — due scudetti, coppe nazionali e finali europee — prevale spesso la frustrazione per ciò che è sfuggito piuttosto che l’orgoglio per quanto ottenuto. Il mercato ha acuito la tensione: dopo mesi di voci e nomi accostati, i tifosi hanno visto sfumare trattative importanti senza che arrivassero colpi di spessore.

Una campagna acquisti tra prudenza e rimpianti

Il bilancio della sessione estiva racconta di 91 milioni spesi e 45 incassati, con Taremi l’ultimo ad uscire. Una cifra lontana dalle ambizioni proclamate, ma coerente con la necessità di ridurre i debiti e rispettare i paletti UEFA. La nuova proprietà Oaktree ha imposto di ringiovanire la rosa, e la dirigenza ha eseguito. Il vero segnale di forza, sottolinea il club, è la permanenza dei big nonostante i timori di un esodo post-Mondiale per club. Tuttavia, l’assenza di innesti in difesa e i mancati colpi in avanti alimentano dubbi: se le scelte conservative porteranno altre prestazioni come quella con l’Udinese, il rischio è di rimpiangere la rivoluzione mai fatta.

Chivu ha la squadra giusta per fare il suo gioco?

La conferenza stampa di Chivu è stata chiarissima: l’allenatore punta a un calcio più verticale e aggressivo, con pressing alto. In sostanza, vuole trasformare il modo di giocare di una squadra che per quattro anni è stata abituata a principi completamente diversi. Un cambio radicale che richiederà tempo, anche se lo stesso Chivu ha ammesso di voler accelerare il processo.

La domanda è legittima: è la strada giusta? Basti pensare che Inzaghi, al suo arrivo, non rivoluzionò l’impianto tattico lasciato da Conte e sfiorò subito lo scudetto, perso solo a favore del Milan.

La situazione attuale non facilita il nuovo tecnico. A parte Sucic, la società non gli ha consegnato titolari nuovi su cui costruire il cambiamento. La rosa rimane composta da giocatori abituati a un calcio di possesso, ben distante dall’idea che Chivu vorrebbe imporre.

Ed ecco che la prossima sfida contro la Juventus, al rientro in campionato, rischia già di assumere i contorni di un crocevia: banco di prova per il nuovo corso, ma anche esame di maturità per un’Inter che deve dimostrare di poter reggere il peso del cambiamento.

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