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il Gambetto di Re: breve storia di un’apertura leggendaria

Prologo: Un guanto di sfida sulla scacchiera
Immaginate una sala da gioco in un antico caffè, nel cuore dell’Europa dell’ottocento. Due gentiluomini siedono davanti a una scacchiera, gli astanti si raccolgono intorno silenziosi. Il primo giocatore muove il pedone in e4, l’apertura di Re, l’avversario risponde con e5. E poi, con un gesto deciso e spavaldo, il Bianco spinge avanti il pedone f: 1.e4 e5 2.f4, un sacrificio di pedone immediato, provocatorio.
Questo è il Gambetto di Re, una sequenza di mosse che risale alla notte dei tempi e nel contempo una dichiarazione di guerra, l’inizio di una battaglia serrata. Nulla a che vedere con la più prudente apertura d2-d4 e il solido Gambetto di Donna, un finto sacrificio perché il pedone si recupera in poche mosse e si entra nel labirinto del gioco posizionale. Con il Gambetto di Re il Bianco “sfodera la spada” e dichiara all’avversario che il suo obiettivo è lo scacco matto, la fine del Re avversario.
Per oltre due secoli, quest’apertura ha incarnato l’anima romantica degli scacchi. Poi, agli inizi del ‘900, è caduta in disgrazia, le armi difensive del Nero si sono affinate e il Gambetto di Re fu considerato troppo rischioso per il gioco moderno.

L’Epoca d’Oro
Il Gambetto di Re nacque, dicono gli esperti, nel sedicesimo secolo, ma si impose come arma fondamentale del giocatore d’attacco in quello che gli storici chiamano il “periodo romantico” degli scacchi, in pieno diciannovesimo secolo. In quegli anni, vincere non bastava: bisognava vincere con stile, con bellezza, con sacrifici che togliessero il fiato agli spettatori.
La filosofia del Gambetto di Re era tanto semplice quanto pericolosa: sacrificare un pedone alla seconda mossa per guadagnare tempo, spazio e, soprattutto, un’iniziativa immediata.
Quando il Nero accetta il pedone sacrificato (2…exf4), il Bianco accelera il suo sviluppo e prepara l’apertura della colonna f. Una volta arroccato corto, la Torre si ritrova su una colonna semi-aperta, puntata verso il Re nemico. L’iniziativa, il dinamismo dei pezzi e la pressione tattica diventano più preziose del materiale perduto.
Il trionfo di questa filosofia avvenne nel 1851, a Londra, grazie a un professore di matematica tedesco di nome Adolf Anderssen. La sua partita contro Lionel Kieseritzky, passata alla storia come “L’Immortale”, è tuttora studiata come esempio classico di cosa può rappresentare il Gambetto di Re nelle mani di un maestro.
Anderssen sacrificò prima un Alfiere, poi una Torre, infine l’altra Torre e la Donna! Alla fine sferrò il matto con i pochi pezzi rimasti, mentre il suo avversario aveva sulla scacchiera un’abbondanza materiale che, sulla carta, avrebbe dovuto garantirgli una vittoria schiacciante. “Una conclusione straordinariamente elegante, che ci fa quasi dimenticare che la combinazione è scorretta” osservò l’ex campione del mondo Max Euwe. Da notare che le due torri furono date in pasto all’avversario mentre erano nella loro casa originaria e in seguito, come scrive Kasparov, questo sacrificio si è verificato anche nelle partite di Steinitz, Alekine e naturalmente del grande Michail Tal, vero eroe neoromantico.
Il testo della partita con un breve commento è consultabile in questo nostro recente articolo sul blog.
Pochi anni più tardi, un giovane prodigio americano di nome Paul Morphy attraversò l’Atlantico e umiliò i migliori maestri europei utilizzando lo stesso stile aggressivo, ma sorretto da solide fondamenta strategiche. Morphy giocava il Gambetto di Re con uno stile diverso. Le sue partite erano lezioni su come convertire il guadagno di tempi e l’iniziativa in un attacco devastante.
In quest’epoca d’oro, il Gambetto di Re era l’apertura dei campioni, l’arma preferita di chiunque volesse lasciare il segno.
Ma ogni età dell’oro finisce. Per il Gambetto di Re, il tramonto arrivò con l’avvento di Wilhelm Steinitz, il primo Campione del Mondo ufficiale e padre della scuola posizionale moderna. La sua filosofia era l’opposto di quella romantica: egli enfatizzava il valore strutturale dei pedoni, la difesa solida, il controllo del centro.


Steinitz giocò il Gambetto di Re all’inizio della carriera quando il suo stile era più aggressivo e rischioso. Tuttavia, dopo una serie di sconfitte, ripudiò i gambetti e sviluppò il suo approccio posizionale che l’avrebbe reso famoso.
Il primo antidoto del Nero contro il Gambetto di Re fu un altro sacrificio, un controgambetto (2…d5) inventato da Ernst Falkbeer, maestro di scacchi e giornalista austriaco vissuto nel XIX secolo e adottato anche dal grande Paul Morphy. Con questo controgambetto, il Nero, invece di accettare il pedone sacrificato, contrattacca immediatamente al centro costringendo il Bianco ad abbandonare temporaneamente i suoi piani offensivi. Quest’arma è ancora oggi una delle principali difese contro il Gambetto di Re.
Vediamo una famosa partita giocata nel 1923 tra due campioni come Spielmann (definito “l’ultimo cavaliere del Gambetto di Re”) e Tarrash, all’epoca sessantaduenne, famoso per la sua formidabile tenacia difensiva pari al suo dogmatismo, in cui gioca da maestro il Controgambetto Falkbeer. La partita è estesamente analizzata da Kasparov ne “I miei grandi predecessori”, Vol 1° partita N° 52).
Qui, un’analisi della partita (si possono impostare sottotitoli in italiano):

All’inizio del Novecento, il Gambetto di Re passò di moda, divenne un ricordo dei bei tempi romantici. Si giocava ancora, ma si vedeva raramente nei grandi tornei. Sembrava destinato a diventare una curiosità storica.
Ma negli anni ’60 del XX secolo tornò di moda prepotentemente grazie ad alcuni grandi campioni sovietici. Il primo fu Boris Spassky.
Campione del Mondo nel periodo dal 1969 al 1972, Spassky era noto per il suo gioco universale e il suo amore per le posizioni dinamiche, complesse. Non era un romantico nostalgico, ma un giocatore moderno, capace di eccellere sia in posizioni manovrate che in quelle tatticamente esplosive. Eppure, negli anni Sessanta, decise di rispolverare il Gambetto di Re come una delle armi principali nel gioco aperto.
In un’epoca dominata da aperture ultra-studiate e profonde preparazioni teoriche, giocare il Gambetto di Re era considerato un azzardo. Ma c’era un fattore sorpresa da non sottovalutare: gli avversari si aspettavano la Spagnola, la Partita Viennese, la Partita Italiana. Invece, si trovavano a dover affrontare un’apertura che nessuno aveva più visto da decenni ad alto livello.
Il momento clou arrivò nel 1960, durante il torneo di Mar del Plata in Argentina. Spassky utilizzò il Gambetto di Re in due partite cruciali. Ma non contro avversari qualunque: contro Bobby Fischer e David Bronstein, due tra i giocatori più brillanti e combattivi dell’epoca.
La sfida contro Fischer fu particolarmente significativa. Il giovane americano non giocò la sua abituale difesa siciliana, 1)…c5, ma provocò l’avversario giocando 1)…e5, sicuro che il sovietico non avrebbe osato a rispondere con 2) f2-f4. Invece, Spassky non se lo fece ripetere due volte e giocò il Gambetto di Re. Fischer ne uscì sconfitto, ma alla fine vinse il torneo. “Spassky è uno dei pochi G.M. che gioca ancora all’antica”, commentò il Maestro Larry Evans.
L’americano, considerato un talento prodigioso con una conoscenza teorica senza eguali, era affascinato dal Gambetto di Re, un’arma che adoperò in alcune occasioni. L’anno successivo alla cocente sconfitta con Boris Spassky, pubblicò un articolo intitolato “A Bust to the King’s Gambit” (“Una confutazione del Gambetto di Re” ), nel tentativo di demolire teoricamente l’apertura.
Ecco la storica sfida con il commento (in italiano con sottotitoli) di un noto G.M. inglese, Daniel King:

e qui con analisi di Stockfish.
Fischer non digerì mai la sconfitta di Mar del Plata, la inserì nelle “60 Partite da ricordare” indicando i propri errori e la strada giusta da seguire per il Nero. Spassky aveva scelto la linea più affilata, la Variante Kieseritzky e aveva condotto un attacco serrato, ma il campione americano si era a lungo difeso bene fino alla 26ª mossa. Qui commise l’unico errore decisivo che lo condusse all’abbandono nel giro di 3 mosse.
La vittoria di Spassky contro Bronstein fu forse ancora più impressionante. Bronstein era lui stesso un grande specialista del Gambetto di Re. Batterlo con la sua stessa arma richiedeva non solo abilità tattica non comune, ma anche profonda conoscenza teorica.
Ciò che Spassky dimostrò è che il Gambetto di Re non era un attacco privo di solide basi. Nelle sue mani, era uno strumento rischioso, ma affidabile. Combinava l’aggressività romantica dell’Ottocento con la strategia il calcolo rigoroso del Novecento.

Per quanto riguarda Bobby Fischer, il suo rapporto con il Gambetto di Re fu complesso e contraddittorio. Da una parte, cercò di distruggerlo teoricamente. Dall’altra, lo usò in rare ma significative occasioni. Negli anni Sessanta, Fischer giocò il Gambetto di Re di Bianco in partite blitz e in alcuni tornei, vincendo contro avversari di rilievo come Larry Evans. Le sue vittorie dimostravano che, nonostante i suoi tentativi di confutazione, riconosceva il potenziale tattico dell’apertura.
Un altro grande maestro che adoperò più volte il Gambetto di Re fu l’estone Paul Keres, soprannominato “Il Principe della Scacchiera” per il suo stile elegante e dinamico. Negli anni giovanili, Keres utilizzò regolarmente quest’apertura per generare posizioni aperte ricche di possibilità tattiche. Le sue partite con il Gambetto di Re negli anni Trenta e Quaranta mostrarono che l’apertura poteva ancora produrre miniature spettacolari.
Vediamo adesso il Gambetto di Re nell’interpretazione di un altro gigante della scacchiera, David Bronstein. La partita fu giocata contro Dubinin nel 1947 nel corso del 15° campionato sovietico. Ecco qui dove la si può ammirare (con possibilità di analisi di Stockfish).

L’Era dei Computer: il Verdetto della Macchina
E oggi? Cosa ne pensano i motori scacchistici come Stockfish, capaci di calcolare milioni di posizioni al secondo?
La risposta è sorprendente: il Gambetto di Re non è affatto demolito. Stockfish consiglia al Nero di accettarlo e di giocare dopo 3) Cf3, l’intraprendente 3)…g5 (ma anche …d6 e …Cf6 danno secondo il motore un lieve margine di vantaggio al Nero).
Kasparov giudica positivamente anche la linea moderna che inizia da 3) …d5 e comporta la restituzione del pedone dopo 4) exd5-Cg8-f6; 5) Ab5+ …c6! (non …Cbd7?!). Stockfish suggerisce come alternativa 5) c2-c4 per il Bianco e ritiene comunque minimo (-0,20) il vantaggio del Nero anche dopo la restituzione del pedone. Insomma, le posizioni sono sbilanciate e la partita per entrambi è tutta da giocare.
I motori valutano le posizioni in punti e decimali, dove 0.00 rappresenta l’equilibrio perfetto. Analizzando le varianti principali del Gambetto di Re a profondità estreme, le valutazioni oscillano tra -0.30 e +0.20. In altre parole: è un’apertura abbastanza equilibrata. Un po’ meno promettente per il Nero, secondo il motore, è il controgambetto Falkbeer (ma sappiamo che Stockfish accetta i sacrifici, gioca volentieri con un pedone in più e poi si difende …come un computer).
Tuttavia, mentre il motore in posizione vantaggiosa può difendersi perfettamente da ogni attacco, gli umani no. Le posizioni generate dal Gambetto di Re sono incredibilmente taglienti, ricche di trappole, dove un solo errore può essere fatale. Il Nero, contro un avversario forte e preparato, deve giocare con precisione assoluta per sopravvivere.
Questo significa che, sebbene l’apertura sia, a gioco corretto, leggermente favorevole al Nero, psicologicamente è ricca di tensione. Costringe l’avversario a camminare su un filo sottilissimo per tutta la partita.
Naturalmente, il Gambetto di Re può essere rifiutato non solo con la risposta aggressiva di Falkbeer 2)…d5, ma con altri impianti perfettamente giocabili come 2)…Ac5 e 2)… Cc6. Inutile dire che, dopo l’accettazione del gambetto, la matassa teorica che si dipana sulla scacchiera è immensa e sarebbe necessaria una corposa monografia per illustrare tutte le linee a disposizione di entrambi i colori.
L’obiettivo principale del Bianco resta, al prezzo di un pedone sacrificato, un rapido sviluppo, la conquista del centro con d2-d4, l’attacco lungo la colonna f e sul punto f7 con l’aiuto dell’alfiere in c4. Avendo mosso subito il pedone f, anche la posizione del Re bianco resta a volte compromessa perché il Nero non sta a guardare e reagisce con mosse tematiche come …g5 e poi …g4. Ciò comporta fin dalle prime mosse una battaglia serrata dove ciò che conta maggiormente è l’iniziativa, l’inventiva e l’abilità tattica.

Il Gambetto di Re Oggi: Un’Arma Segreta di molti campioni
Nel gioco moderno dei Grandi Maestri, il Gambetto di Re è oggi usato principalmente come arma a sorpresa soprattutto nelle partite blitz e rapid. Quando l’avversario si aspetta le linee ultra-studiate della Spagnola o della Quattro Cavalli, trovarsi davanti 2.f4 a volte è uno shock psicologico.
Il Grande Maestro russo Ian Nepomniachtchi, uno dei migliori giocatori del mondo, è un noto utilizzatore contemporaneo del “King’s Gambit” che ha contribuito a rivitalizzare. Nelle sue mani, il Gambetto di Re diventa un’arma a sorpresa: porta gli avversari fuori dalla loro “zona di comfort”, in posizioni dove devono fare affidamento sul calcolo puro piuttosto che sulla memoria delle varianti.
Ecco una partita blitz molto movimentata giocata nel 2024 tra Nepomniachtchi e un forte giovane G.M. Tin, Jingyao (ELO 2575):

Qui trovate la partita con l’analisi di Stockfish.

Di tanto in tanto, il Gambetto di Re è adoperato da Carlsen (in database troviamo sue partite contro Levon Aronian e Ding Liren), da Nakamura (contro Adams e Ivanchuk), da Svidler, Short, Morozevich, ed Ivanchuk, per restare ai giocatori di altissimo livello.
Altri gambetti storici hanno subito sorti diverse. Il Gambetto Evans, per esempio, ha goduto di un revival simile e di una maggior fortuna nell’epoca moderna. Il Gambetto di Budapest rimane una risposta poco praticata, ma perfettamente giocabile contro 1.d4. Il Gambetto Fromm è oggi considerato troppo rischioso. Il Gambetto di Re si colloca nella categoria delle aperture complesse e dinamiche, non è la prima scelta dei grandi campioni, ma resta tutt’oggi perfettamente giocabile dai comuni mortali.
Perché il Gambetto di Re continua ad affascinare dopo quasi tre secoli?
Perché rappresenta qualcosa che trascende la tecnica scacchistica, l’idea che il coraggio possa trionfare sulla prudenza, che l’iniziativa valga più della sicurezza, che a volte devi rischiare qualcosa per ottenere il successo.
Ma c’è anche una ragione pratica: come tutte le aperture di gioco aperto, sviluppa due abilità fondamentali: il calcolo in profondità e il riconoscimento dei pattern. L’apertura è ricca di schemi tattici ricorrenti: l’attacco al punto f7, le manovre della Torre sulla colonna f, i sacrifici di Alfiere per aprire la posizione. Imparare a riconoscere questi pattern è importante per migliorare la visione tattica in generale.

Epilogo: Lunga Vita al Re
Il Gambetto di Re ha attraversato molti secoli di storia scacchistica. È nato nella fase leggendaria del nobil gioco e ha segnato l’epoca dei caffè ottocenteschi dove i maestri romantici creavano le loro partite immortali. È stato apparentemente confutato dalla scuola posizionale. È risorto nelle mani di Keres, Bronstein e Spassky. È stato messo alla prova dai computer. E sopravvive ancora oggi.
La sua storia è la storia degli scacchi stessi: l’eterna tensione tra sicurezza e rischio, tra strategia e tattica, tra ragione e passione.
Boris Spassky è ricordato ancora oggi da molti appassionati non soltanto come un valoroso gentiluomo, ma anche come un nobile e antico guerriero senza paura. Quando avanzò il pedone in f4 contro Bobby Fischer a Mar del Plata nel 1960, non stava semplicemente giocando un’apertura rischiosa. Stava affermando che il gioco d’attacco, la bellezza del sacrificio, l’audacia del rischio calcolato non passeranno mai di moda.
Oggi, mentre i computer calcolano con precisione inumana e i Grandi Maestri preparano varianti fino alla ventesima mossa, c’è ancora spazio per quel grido di guerra lanciato alla seconda mossa: “Prendi questo pedone, se hai il coraggio. Ma poi preparati a difendere il tuo Re per tutta la partita.”
Il pedone sacrificato continua a essere il prezzo per vivere un’esperienza emozionante. Un prezzo che ancora oggi, per tanti campioni, vale la pena di pagare.

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