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La Fed fa scena muta sui dazi per poter alzare ancora i tassi

C'è chi, come Mario Draghi, si schiera. Contro. L'escalation dei dazi? È "chiaramente negativa per la fiducia" e quello che "può mettere in moto è sconosciuto e anche preoccupante", ha ammonito ieri il presidente della Bce dal simposio dei banchieri centrali di Sintra. Lì, nella città a pochi chilometri da Lisbona, è presente anche il numero uno della Fed, Jerome Powell. Muto, però, come un pesce sulle misure protezionistiche. Certo per ragioni di opportunità politica, visto che la sedia che fu di Janet Yellen gli è stata assegnata grazie a Donald Trump. Ma non solo. L'ex top manager di un fondo di private equity del Carlyle Group deve soprattutto sostenere un preciso storytelling. Questo: "Ad oggi, con un'economia forte e rischi bilanciati per l'outlook, un rialzo graduale dei tassi resta giustificato e supportato". Parole rassicuranti per sottolineare le solide basi su cui poggia la decisione di procedere, nella restante parte dell'anno, con altri due rialzi del costo del denaro dopo la doppietta messa a segno nel primo semestre.Powell, però, non convince tutti. Anzi. Non pochi economisti sono convinti che stia agendo in chiave restrittiva proprio mentre l'economia perde colpi. Citano gli oltre 100 milioni di americani ancora fuori dal mercato del lavoro, contrapponendoli al tanto sbandierato tasso di disoccupazione al 3,8%; ricordano come il Pil, ormai da anni, non sia in grado di crescere sopra il 3%. È l'obiettivo di Donald Trump: Powell ha già spiegato che nel 2018 non sarà centrato. Non è un buon segno.E se Draghi non prevede "nel medio termine una recessione", il moto rialzista impresso dalla Fed ai tassi potrebbe accelerare negli Usa la fine di uno dei più lunghi cicli di espansione della storia. Con ricadute sull'economia globale. Powell lo sa, ma non ha altra scelta. Deve portare il costo del denaro almeno al 3% prima di incrociare l'iceberg della recessione. Un taglio di 300 punti base è infatti quanto serve, secondo alcuni studi, per mettere la banca centrale Usa nelle condizioni di contrastare la crisi. Problema: con strette dello 0,25%, i tassi saranno a quel livello non prima del giugno 2019. Un anno, in tempi come questi, è un periodo di tempo assai lungo. E di mezzo ci sono le elezioni di mid-term, in novembre, la variabile dei prezzi del petrolio e le rappresaglie sempre più velenose con cui la Cina potrebbe colpire gli Usa. Tipo la vendita massiccia dei bond americani in pancia a Pechino per un controvalore di 1.200 miliardi di dollari. Powell sta zitto, ma probabilmente spera che Trump cambi presto rotta sui dazi.

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