Contagiati o guariti: ecco perché si rischia di diventare prigionieri della burocrazia e del Green pass
UDINE. Ammalati di Covid e per giunta vittime della burocrazia. Prigionieri del Green pass e di un sistema che non funziona. Chi in queste ultime settimane si è ritrovato fra le migliaia di contagiati ha dovuto fare i conti con una realtà difficile da affrontare anche se si conoscono bene tutte le procedure. C’è addirittura chi sta provando la sensazione di trovarsi in un Paese in cui si viene respinti: è il caso di chi è poco pratico del web, dei numeri verdi, dei percorsi tortuosi della Sanità, delle credenziali Spid, delle prenotazioni online, dei Dipartimenti di prevenzione che non rispondono, degli smartphone con le loro raffinatissime App.
Se poi si è anziani tutto ciò diventa un capitolo da affidare direttamente a qualche persona di buona volontà che possa dare una mano: figli, parenti, amici, volontari. Tutti i disagi di queste settimane sono riassunti e spiegati da una frase che ormai tutti gli addetti ai lavori stanno ripetendo da giorni: il tracciamento è saltato.
Ma vediamo cosa significa nel concreto.
L’UFFICIALITA’ DEL CONTAGIO
Cominciamo da chi si ammala; finiremo con chi guarisce. Chi scopre di essere positivo al Covid, oltre alla preoccupazione per la propria salute, viene subito travolto dalle incombenze. A dare la certezza della positività è ovviamente un tampone. Se si tratta di uno di quelli “fai da te” eseguiti in casa, è necessario che venga confermato da un test successivo che deve essere comunicato ufficialmente alle autorità sanitarie.
Questo ulteriore passaggio avviene con varie modalità, ma le più frequenti sono quelle che vedono come autore materiale dell’inserimento sulle piattaforme un farmacista, il medico di base, lo specialista che ha processato il tampone se ci si è rivolti a un istituto privato o direttamente il Dipartimento di prevenzione. Si può pensare di essere sicuri che in poche ore la positività diventi ufficiale e che le autorità sanitarie iscrivano in tempo reale – o quasi – il nostro nominativo nella lista dei contagiati. Si crede anche che in breve tempo – come previsto – si riceva una telefonata del Dipartimento di prevenzione che esegua il famigerato tracciamento, ossia che l’operatore al telefono individui con alcune domande le persone che sono venute a contatto con noi, che fissi in modo chiaro il giorno dell’inizio della malattia, che disponga sia il certificato di isolamento, sia un tampone di controllo dopo alcuni giorni.
Ma tutto questo, da quando è esplosa la variante Omicron, non avviene con la rapidità che ci si attende. Da poche decine di casi al giorno, i Dipartimenti di prevenzione si sono ritrovati a fronteggiare migliaia di infezioni quotidiane. Telefonare puntualmente a tutti i nuovi positivi è diventata un’impresa. In Friuli come nel resto della regione e in tutta Italia.
VARIANTE OMICRON E IL TRACCIAMENTO SALTATO
Il risultato? Ci sono persone contagiate che attendono giorni prima di avere un contatto con il Dipartimento di prevenzione e che dunque nel frattempo vedono come unica ancora di salvezza il medico di medicina generale. E così partono le telefonate allo studio del proprio dottore. È quest’ultimo che solitamente si fa carico dell’esame del paziente e della valutazione della gravità della situazione.
E a questo punto emerge un altro problema, anche giuridico: si può rilasciare il certificato di malattia al paziente, che ovviamente ne ha bisogno per giustificare l’assenza sul lavoro? «Purtroppo in questi giorni è saltato tutto – ammette preoccupato Khalid Kussini, medico di base a Latisana e segretario provinciale di Udine della Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale) – : di fronte a migliaia di nuovi contagi al giorno, i Dipartimenti di prevenzione non riescono più a inserire i dati e fare il tracciamento. E così ricevo una quindicina di telefonate al giorno da parte di colleghi disperati che mi segnalano le loro perplessità e preoccupazioni perché hanno pazienti positivi che chiedono il rilascio del certificato di malattia. Ma se il paziente contagiato non è stato preso in carico dal Dipartimento, l’Inps potrebbe non riconoscere la malattia. E così il medico rischia la denuncia».
Il ritardo del sistema è esploso in modo particolare in queste ultime settimane con conseguenze pratiche inimmaginabili. «Molti pazienti sono arrabbiatissimi – prosegue Kussini – anche perché la loro positività viene registrata dal Dipartimento con grande ritardo. Un paziente a cui io stesso ho fatto il tampone qui in ambulatorio il 2 gennaio e che era risultato contagiato dal virus, è apparso solamente in queste ore sulla videata del sistema informatico. Nel frattempo questo paziente non risultava tra i positivi e il suo Green pass era attivo. Ho chiesto come tutto ciò fosse possibile e mi hanno spiegato che c’è un grande ritardo e che soltanto ora avrebbero inserito i dati dei nuovi contagiati che risalgono al 3 gennaio. Si intuisce quindi la difficoltà dei pazienti e l’imbarazzo di noi medici di base che dobbiamo rilasciare i certificati di malattia quando l’Inps riconosce solo i casi certificati dal Dipartimento».
LA GUARIGIONE
Si capisce quindi perché i pazienti vedano le farmacie e i medici di base come uniche ancora di salvezza in momenti complicati in cui i numeri dei Dipartimenti sono irraggiungibili. Può dunque capitare che si trascorra tutto il periodo di autoisolamento senza aver comunicato con le autorità sanitarie.
E a quel punto cosa si può fare per sapere se si è guariti? Non essendo stati ancora ufficialmente tracciati non si può neppure avere una prescrizione per eseguire un tampone a carico del servizio sanitario nazionale. Si può andare a pagamento in una struttura privata che esegue il tampone. In caso di tampone negativo nasce un nuovo problema. Posso tornare alla vita normale senza violare la legge? Sarebbe necessario il certificato di guarigione del Dipartimento di prevenzione, ma un invio tempestivo è ormai impossibile da settimane.
Ecco che il Governo, dal 6 gennaio, ha introdotto una nuova possibilità: il ministero ha attivato una procedura di semplificazione che permette di sbloccare il Green pass proprio quando arriva il tampone negativo. A eseguire lo sblocco sono i soggetti autorizzati, dai medici di base ai farmacisti (per il Friuli Venezia Giulia questi ultimi diventano ufficialmente figure autorizzate allo sblocco proprio dalla giornata di oggi, come ha confermato il presidente di Federfarma Friuli Venezia Giulia, Luca Degrassi). Il ministero della Salute ha precisato, però, che il tampone negativo riattiva il Green pass che era stato bloccato al momento del rilevamento della positività. Per avere poi il nuovo Green pass dei guariti che fa scattare i nuovi sei mesi di validità il medico di base deve inserire il certificato sulla piattaforma.
LA PREOCCUPAZIONE DELL’ORDINE DEI MEDICI
«Siamo preoccupati per il gran numero di persone che sono confinate a domicilio e si trovano ad affrontare disagi impensabili – dice il presidente dell’Ordine dei medici della provincia di Udine, Gian Luigi Tiberio – . Tutto questo si deve a una disfunzione del sistema che si traduce purtroppo in una incertezza totale. I pazienti sono talmente spiazzati che chiamano continuamente i nostri studi di medici di medicina generale: anche decine di volte al giorno. Vorrei ringraziare tutti i colleghi che si stanno sobbarcando un peso non indifferente».
«Come medici di famiglia – precisa Tiberio – avevamo anche dato la nostra disponibilità alla Regione per dare supporto alle strutture in questo momento in cui i contagi sono migliaia. In Veneto è stata attivata una modalità di collaborazione con noi medici di famiglia che si è rivelata anche molto efficace».
«Dal 6 gennaio anche noi sblocchiamo i certificati verdi che consentono ai pazienti di tornare alla vita sociale – conclude Tiberio – e credo che assieme all’apporto che stanno dando e daranno i farmacisti, la situazione possa migliorare. Fino ad ora, però è stato davvero impossibile sbrogliare questa matassa».