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Il filosofo Telmo Pievani sabato a Trieste: «La guerra non è nel dna e possiamo debellarla»

TRIESTE «La guerra non è nel nostro dna. Un tempo non esisteva: ce la siamo inventata. E, se volessimo, potremmo cancellarla dalla faccia della Terra, anche perché non possiamo più permettercela». Ne è convinto Telmo Pievani, filosofo, evoluzionista, saggista, professore di Filosofia delle Scienze biologiche all’Università di Padova.

Pievani sarà protagonista sabato, alle 21 al Teatro Miela, di un dibattito con il fisico e scrittore Paolo Giordano e con lo scrittore Jonathan Bazzi, nell’ambito del Festival Scienza e Virgola. Tema del confronto, la diversità, in tutte le sue sfumature, perché «la storia antica, anche evolutiva, dell’Italia, ci ha resi un laboratorio di diversità, che rappresenta una risorsa, oltre che una sfida: più diversità c’è nei gruppi, minore è il conformismo, maggiore la creatività».

Professore, a proposito di diversità, non sembra che il rapporto tra uomini e donne si stia proprio evolvendo…

«Quando si parla di evoluzione non significa che si vada automaticamente verso il meglio. Le nuove generazioni non necessariamente crescono in modo più aperto e progressista: se un bambino vive in un contesto culturale che gli plasma il cervello sulla base di concetti di intolleranza e discriminazione, non potrà che assorbirli. Il razzismo è un esempio».

Ce lo spieghi.

«Le razze umane non esistono e il razzismo non avrebbe alcuna ragione di esistere, eppure è uno dei comportamenti umani più resistenti. Nel nostro cervello, infatti, c’è l’attitudine a categorizzare il diverso come meno umano e meno degno di noi, e se viviamo in un ambiente culturale che ci abitua a vedere la diversità come una minaccia, il razzismo torna fuori. Il nostro cervello è pieno di fantasmi evolutivi che, se stuzzicati, si materializzano. Questo è il motivo per cui la democrazia e i diritti non sono acquisizioni date per scontate».

Torniamo al rapporto tra uomo e donna.

«Mi sono interrogato spesso sul tema della violenza di genere. Secondo me, almeno nel nostro Paese, è il colpo di coda della crisi del patriarcato, per lungo tempo una struttura potentissima di organizzazione sociale. Tale struttura finalmente sta crollando, ma ciò denota una fragilità del maschio che ha come contraccolpo questa esibizione di violenza. Il sesso debole dell’evoluzione è il maschio. È una questione di potere: gli uomini devono essere disposti a rinunciare ai privilegi che per secoli si sono auto-attribuiti, anche nelle professioni, e ciò costa fatica».

Pure nella scienza le donne ai vertici sono poche...

«La scienza è ancora maschilista, soprattutto in settori come la medicina e l’ingegneria. Nonostante la presenza femminile qui sia importante, i professor ordinari donne sono un’esigua minoranza. Però sono certo che tra dieci anni la situazione sarà cambiata considerevolmente, perché la scienza è un contesto competitivo: puoi restare abbarbicato ai tuoi privilegi fino a un certo punto, ma poi passa il più bravo. In altri contesti ci vorrà più tempo».

Passiamo al tema della guerra in Ucraina. La violenza, il conflitto, sembrano connaturati all’essere umano: siamo destinati a farci la guerra per sempre o c’è speranza?

«C’è speranza. La guerra, infatti, non è scritta nel nostro dna, ma è un comportamento culturale. L’uomo è ambivalente: è capace di atti di altruismo e di violenza, però la guerra intesa come comportamento organizzato in gruppo con delle armi per attaccare un altro gruppo, è un’invenzione recente dell’evoluzione. Prima del Neolitico non c’è traccia di questo comportamento, nato quando l’uomo ha iniziato a difendere i territori e le sue risorse, accumulandole a scapito di altri componenti della sua specie. Se le cose stanno così significa che la guerra non è invincibile. Aggiungo che le guerre oggi non possiamo nemmeno permettercele».

Cosa intende?

«O si arriva alla coscienza di specie, smettendo di ragione in termini di interessi geopolitici regionali e puntando alla sopravvivenza della specie, o si va verso la strada opposta, con la crisi climatica e la riduzione delle risorse che genereranno una corsa all’accaparramento e ai conflitti. La guerra in Ucraina è l’avvisaglia di un periodo di instabilità che può essere pericoloso. Questa crisi infatti, oltre al dramma umanitario, comporta già adesso un ritardo di 4-5 anni sulla transizione ecologica: stiamo correndo per garantirci le risorse energetiche dai Paesi africani, e questa corsa all’energia aumenta l’instabilità e le emissioni. Inoltre, con i rapporti diplomatici attuali, ci immaginiamo i leader delle grandi potenze attorno a un tavolo a parlare di clima? Il climate change è il principale rischio per la nostra sopravvivenza».

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