Il naufragio di giovedì scorso nel Canale di Sicilia ha sempre più i contorni di una tragedia ben più grande di quanto possa apparire. I racconti dei superstiti parlano di 400 dispersi, e tra questi una quarantina sarebbero bambini, quasi tutti neonati. Inghiottiti dal mare. La dinamica di quanto accaduto appare sempre più chiara. I barconi in viaggio dalla Libia verso l'Italia erano due. Lo scafista del primo barcone aveva ordinato di tagliare la fune per evitare di essere trascinati giù dalla barca che stava affondando. Trecento morti in stiva, duecento caduti in mare; salvati solo in 90, 79 dei quali condotti a Taranto da una nave spagnola ed ascoltati dalla Squadra Mobile pugliese. Una decina i superstiti portati a Pozzallo. Complessivamente in quella notte i trafficanti erano riusciti a fare imbarcare 1.100 persone, 500 su ogni barcone di legno, 100 sul gommone. Dopo otto ore di navigazione, il barcone trainato ha cominciato a imbarcare acqua e i migranti terrorizzati, hanno iniziato a buttarsi in mare nel tentativo di raggiungere l'altra barca. Ma a questo punto è arrivato l'ordine dello scafista. Ha fatto tagliare a un migrante la fune che legava le due imbarcazioni lasciando affondare la seconda che è andata a picco in pochi minuti. E così la tragedia si è conumata in fondo al mare. La notte del Canale di Sicilia ha inghiottito centinaia di migranti, uomini, donne e bambini. Corpi ancora senza nome nelle acque del Medterraneo.