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Quando Montanelli disse: prima o poi aiuto Silvio

Quella domenica del 22 luglio 2001, 15 anni fa, fu una giornata particolarmente calda non solo per il solleone, ma anche per i gravi incidenti di Genova che insanguinarono i lavori del G8. In quel torrido pomeriggio, tra un collegamento televisivo e l'altro dal capoluogo ligure, arrivò la dolorosa notizia della scomparsa, a 92 anni, di Indro Montanelli, uno dei più grandi testimoni del Novecento, il secolo breve, che, in realtà, fu per lui lungo di avventure e di emozioni, dalla guerra d'Africa in poi. Giornalista controcorrente, sempre fuori dal Palazzo anche quando il presidente Cossiga gli offrì il laticlavio a vita, Indro è stato certamente il più brillante e prolifico anticonformista, assieme al suo maestro Leo Longanesi, di un mondo che sembra ormai scomparso sotto i colpi di internet e dei «social». Fondatore di due quotidiani il Giornale e la Voce , autore di tanti libri di successo di divulgazione storica scritti in tandem con Roberto Gervaso e, poi, con Mario Cervi, Montanelli amava dire di se stesso: «Sono un direttore di bandiera: la mattina mi issano sul pennone e sventolo». In realtà la sua presenza in redazione è stata costante fino all'ultimo giorno di vita, una specie di padre spirituale per alcune generazioni (...) di giovani cronisti, lui che, ufficialmente, non aveva mai voluto avere figli perché, sussurrava, non sai mai chi ti metti in casa.Sul Grande Vecchio sono stati scritti tanti libri e anche molte inesattezze, come nel caso della sua uscita dal Giornale. Nonostante le apparenze, Cilindro non ha, infatti, mai divorziato completamente da Silvio Berlusconi perché - mi ha ribadito più volte - il Cavaliere aveva salvato, economicamente parlando, il quotidiano quando stava per chiudere e, per lunghi anni, non aveva in alcun modo interferito sulla linea politica di piena indipendenza del giornale. Tra i due, insomma, non ci fu una rottura completa.Una volta, ai tempi della Voce, mi disse: «Non ho mai considerato Silvio come un nemico e abbiamo continuato a sentirci per telefono». E confessò, poi, al sottoscritto e all'imprenditore veneto Giancarlo Aneri: «Un giorno Berlusconi verrà abbandonato dai suoi ignavi cortigiani e io, se sarò ancora vivo, l'aiuterò». Le cose sono andate esattamente all'opposto: Berlusconi ha vinto molte battaglie, Montanelli ha perso la Voce. Al di là delle tante strumentalizzazioni, la ragione dell'abbandono di via Negri da parte della scialuppa montanelliana è, dunque, molto semplice: Cilindro, che per principio ha sempre voluto restare fuori dal Palazzo, non poteva accettare che il suo editore scendesse in campo diventando il leader di un partito e poi, addirittura, premier.Si è, quindi, comportato di conseguenza. A conferma di questa idiosincrasia del direttore verso qualsiasi condizionamento politico, c'è la storia, quasi inedita, della cosiddetta «Indrologia» che era semplicemente il modo di interpretare - e , quando possibile, di orientare - il pensiero di Indro. A inventare questo termine, sarebbe stato Enzo Bettiza. In effetti, alla fine degli anni Settanta, Montanelli, che aveva appunto avuto carta bianca dal suo editore, appariva assolutamente indipendente e impermeabile a qualsiasi pressione, anche da parte di quel Pli di Giovanni Malagodi che, pure, era sempre stato molto vicino alle idee liberali dell'uomo di Fucecchio. I giornalisti più vicini a quel partito - Bettiza, Sterpa, Zappulli, Orlando e Granchi - cominciarono, così, a riunirsi periodicamente in un ristorante romano assieme ad Antonio Patuelli, allora segretario dei giovani liberali, per interpretare al meglio il verbo montanelliano e per cercare, politicamente parlando, di indirizzare gli editoriali del direttore «pro domo» Pli. Tentativi che andarono puntualmente a vuoto. Montanelli restò sempre e soltanto un giornalista, fedele solo alle sue idee e ai suoi lettori. Sul necrologio d'addio, che apparve sul Corriere il 23 luglio del 2001, Indro scrisse di suo pugno: «Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza, Indro Montanelli prende congedo dai suoi lettori ringraziandoli dell'affetto e della fedeltà con cui l'hanno seguito».

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