"La parola scissione è tra le più brutte, peggio c'è solo ricatto. Non è accettabile bloccare un partito per i diktat della minoranza". All'Assemblea del Pd Matteo Renzi tira dritto: non accetta l'ultimatum lasciato ieri dalla minoranza al Teatro Vittoria, si dimenette da segretario del partito e dà appuntamento a tutti al congresso. Un muro insormontabile contro cui vanno a schiantarsi quei ribelli dem che chiedevano all'ex premier un passo indietro. "La relazione di Renzi non solo ha chiuso a ogni nostra richiesta - commentano dalla minoranza - ma persino oggi, in questa situazione, abbiamo dovuto sentire toni da stadio". E sentenziano: "Se queste sono le decisioni di Renzi, ricostruiremo il progetto da un'altra parte"."Sono maturi i tempi per una forza nuova", sentenzia Rossi. Nei prossimi giorni verranno decise le tappe del nuovo percorso. "Con calma, senza enfasi", fanno sapere alcuni esponenti della minoranza. Eppure, durante l'assemblea, molti dem hanno provato a lanciare appelli pacificatori. "Non si può mandare tutto in fumo - ha detto il ministro Dario Franceschini - non bisogna distruggere la casa che abbiamo costruito. Restate, ma dentro la casa comune". Walter Veltroni ha, invece, elencato le divisioni della sinistra con tanto di conseguenze, dai governi di centrosinistra alla mancata candidatura di Prodi al Quirinale. "La sinistra, quando si è divisa, ha fatto male a se stessa e al Paese - ha detto l'ex segretario - questo è stato il demone, la malattia politica, ridurla a una questione di carattere e persone è una scorciatoia". E dello stesso tenore sono stati gli interventi di Piero Fassino e Alfredo D'Attorre. Ma la rottura è già scritta.Lo scontro tra maggioranza e minoranza del Pd come la corsa dell'auto di "Goventù Bruciata", in cui le auto correvano l'uno contro l'altra finché uno dei due driver non avesse cambiato direzione. Il paragone è stato scelto da Gianni Cuperlo che, durante l'Assemblea del Pd, ha chiesto a entrambi i driver di fermarsi. Ma nessuno lo ha fatto. Renzi ha scoperto le carte ed è voluto andare allo scontro finale. E la minoranza non si è certo tirata indietro. "Davanti all'atteggiamento inutilmente muscolare del segretario e ai toni di scherno usati nei confronti di padri fondatori - ha chiosato Davide Zoggia - le conseguenze sono già date". Così, al momento di votare la relazione del segretario, ha lasciato l'hotel Parco dei Principi di Roma come segno di rottura con i vertici del Partito democratico. Rottura che, come ventilato dallo stesso Zoggia, potrebbe iniziare con la formazione dei gruppi parlamentari.