Tonia, mamma col Covid: «Mi manca la puzza di cacca di mio figlio»
Come si convive con il Covid tra le mura di casa? Ce lo ha raccontato Tonia, madre di due bambini ed esperta di comunicazione, che ha visto il Covid arrivare prima da suo marito poi da lei. Fortunatamente, sempre in forma abbastanza lieve.
Ecco il suo racconto:
«Sono una donna napoletana, madre di due bambini di 5 e 2 anni e mezzo, compagna di vita di un leggerissimo fiorentino. Da 17 anni sono una consulente di comunicazione e un ufficio stampa. Da uno, la fondatrice e cuoca di un catering di cucina napoletana a Bruxelles. Sono stata una ballerina di danza classica, una cameriera, una receptionist di hotel, un contralto in un coro di musica classica, una guardia particolare giurata con funzioni di controllo radiogeno e passeggeri all’aeroporto di Capodichino di Napoli. Mi è successo di essere tante cose nella vita, credendo spesso di non combinare mai nulla di concreto, e solo dopo i 40 ho capito quanto invece mi divertissero e mi corrispondessero i caleidoscopi umani. Ma nelle ultime settimane, mi sa che ho esagerato. Perché, da 10 giorni, sono anche una mamma col covid.
Ecco, non chiedetemi come l’ho beccato. Non lo so e non voglio saperlo considerato che poco ci mancava per murarci in casa da inizio settembre. So solo che finora siamo stati molto fortunati, io e mio marito. Lui, dopo 36 ore di febbre, si è rimesso alla grande senza più alcun sintomo. Io, nonostante un duro isolamento in casa, l’ho seguito una settimana dopo con perdita del gusto e dell’olfatto. Per una che lavora in cucina, perdere il gusto e l’olfatto e condire i cibi con virus non è proprio il massimo come potrai immaginare. Per ora, quindi, e chissà per quanto, niente grembiule e cappello.
Eppure, nonostante la fortuna sia stata finora dalla nostra parte riservandoci sintomi lievi, vivo con un saturimetro accanto; tremo quando il termometro, quelle uniche 6 volte al giorno che lo impugno, eccede di audacia e mi affronta con un 36.8. Evito come la morte di leggere questo o quello studio che contraddice la ricerca del mese prima. Da buona napoletana, scanso tipo gatto nero tutti gli scenari apocalittici offerti dai social e dai molti media tradizionali. Perché la maggior parte delle persone che entrano in contatto con “coronello”, come lo chiama mia figlia, sperimenta uno stato di fragilità umana e di ipocondria impensabile fino ad oggi. Ti fai milioni di domande su cosa potrà accadere ancora, se i sintomi peggioreranno, di quando finirà, se lascerà segni, se poi ritornerà. E se sì, quando? Avete mai provato a consultare una delle tante pagine Facebook di “guariti dal Covid”? Inutile. Non ne troverete manco uno di guarito! Non perché non ce ne siano in giro, per carità, ma non li troverete lì. Piuttosto in quei luoghi si addensano disperati come me, con covid in corso, che fanno le più assurde domande in cerca di qualcuno che racconti la propria esperienza e gli regali la vuota speranza di leggere esattamente quello che ci si aspetta.
I primi giorni, quando era malato e positivo conclamato soltanto mio marito, sono stati per me emotivamente devastanti: trattare il padre dei tuoi figli e l’uomo che ami come un pericoloso appestato, mentre è in difficoltà, è decisamente disumano. Negare ai bimbi l’abbraccio quotidiano di un papà solitamente iper presente, e far scoprire loro il fantastico mondo delle favole raccontate via Skype in diretta dal piano di sotto,
offriva dei chiaroscuri che andavano dal romanticismo allo psicodramma. Una sorta di vedovanza con tuo marito vivo in casa. Meno macabra e più disneyana? È stato come adottare un cucciolo cui dai il divieto tassativo di entrare in casa lasciandogli la pappa sull’uscio della porta. E in quei primi giorni ricordavo le parole che la nostra bimba spesso ci ripeteva durante il primo confinamento primaverile: “Mamma, io voglio bene a Coronello, lui è buono perché ci fa stare tutti insieme!” In questo momento di grande smarrimento, a me pare di avere soltanto due inattaccabili certezze. O chiamale, se vuoi, amarcord.
La prima è che pagherei oro per riacquistare quella ignorante leggerezza di quando a 18 anni mi rimossero il rene sinistro per idronefrosi congenita, e 7 giorni dopo ero su un cubo a ballare con la pancia mezza cucita, mentre quella povera donna di mia madre, che giustamente già mi dava per morta con una gomitata nel fianco sulla pista da ballo, allertava polizia e carabinieri per ritrovarmi. Quella che in questi ultimi 10 giorni riconosce in un termometro il suo peggior nemico, fino a nemmeno 10 anni fa di fronte al pericolo era ancora più leggera del fiorentino. La seconda certezza è che mi manca terribilmente la puzza di cacca di mio figlio. Non mi vergogno affatto a raccontarlo perché so di poter rappresentare tante mamme col Coronello dentro, dotate magari di maggiore senso di pudore della sottoscritta. Passo le giornate a immergere la testa nei suoi pannolini con la speranza di percepire un minimo odore dei processi putrefattivi del suo piccolo intestino. E anche se il tampone dovesse negativizzarsi presto, come spero dal profondo del cuore per me e per il leggerissimo, la verità è che solo quando tornerò a sentire di nuovo quella strepitosa manifestazione di vita nelle mie narici potrò dirmi davvero guarita. (e credo che per recuperare lo spannolinero’ almeno a 5 anni!)».