La vita davanti a te
Questo articolo è pubblicato sul numero 47 di Vanity Fair in edicola fino al 24 novembre 2020
Ve li ricordate ancora i concerti, sì? C’è quel momento, sempre uguale ma sempre perfetto, pure se il concerto poi sarà così così. Le luci si spengono, la gente urla, voi urlate, il palco si illumina e si comincia. «Non importa quanto saranno corrotti il governo, le industrie, i media, la musica sarà sempre stupenda», disse una volta Kurt Vonnegut.
Merito di chi sa scrivere canzoni e suonarle, ovvio, ma se abbiamo potuto vederli, questi artisti, e ascoltare la loro voce, è merito di persone di cui tendiamo a non conoscere il nome, ombre tra palco e realtà, come i due uomini che vedete in queste foto. Stefano Franchini, detto «Fifo», fa il capo elettricista. «Il light designer crea il disegno delle luci. Io metto giù la lista dei materiali per rendere reale quel disegno. Faccio i cablaggi, attacco i fili, organizzo tutto». Fifo è quello che accende e spegne la luce. Massimo Luna fa il «P.A. man», dove P.A. sta per public address, significa che monta gli impianti audio, le colonne di casse che stanno ai lati e sopra il palco. Lui le chiama «banane». Massimo è quello che accende la musica. Hanno girato l’Italia e il mondo, sanno dirti pregi e difetti di ogni palazzetto, sono enciclopedie tecniche viventi, cinture nere di cavi e cablaggi. Poi c’è stata la pandemia, siamo entrati in lockdown a marzo, ne siamo usciti il tempo di una discoteca e un bonus ferie, ci siamo rientrati in una versione ristretta e con coprifuoco in autunno. Non c’è un orizzonte noto, intanto siamo al nono mese di economia da crisi sanitaria, a tutti noi è stato chiesto di rinunciare all’inessenziale. Il pane e la frutta sì, i concerti e i festival no, solo che concerti e festival erano quelli che permettevano a Fifo, Massimo e altri 200 mila «lavoratori intermittenti dello spettacolo» di pagare mutui, bollette, spese. Il superfluo «degli artisti che ci fanno tanto divertire», come da memorabile formula di Giuseppe Conte, è stato rinviato a data da destinarsi, anche il 2021 è tutto un calendario di incertezze, e così loro si sono attrezzati altrimenti. Franchini e Luna erano colleghi nella società di eventi Agorà, un’eccellenza mondiale con sede a L’Aquila, sono ancora colleghi, ma nel centro logistico Amazon di Passo Corese, vicino a Roma, perché per gli intermittenti la cassa integrazione è un miraggio, le spese invece sempre solide e consistenti. Impacchettano, spacchettano, smistano. Stefano non è più Fifo, nessuno gli chiede di quando aveva in mano le luci della cerimonia inaugurale dell’Olimpiade di Rio de Janeiro. «Dico che facevo concerti, non vado a spiegare, era solo un lavoro. Qui ho conosciuto ristoratori, gente che gestiva alberghi, quando arrivi in un posto del genere devi resettare tutto. La paga è buona, mi trattano bene, non ho niente di cui lamentarmi, il resto non mi interessa». Magari a loro non interessa, e forse nel magazzino di Passo Corese non c’è il tempo per conversare, ma vite come quella di Fifo sono davvero dei romanzi italiani. Bolognese, figlio di fornai, faceva il fornaio anche lui, lo chiamano Fifo per Toffee di Vasco. Non c’è un vero motivo, i soprannomi si appiccicano così. Dice di essere sempre stato il più piccolo di ogni gruppo, poi all’improvviso era il più vecchio. Ha iniziato per caso, come una volta si sceglievano le carriere. «Ho conosciuto un ragazzo, mi ha detto: dai, vieni a fare una data dei Novecento a Potenza. Erano quelli della pubblicità del DanUp». Dopo tre mesi era quella la sua vita. A volte dormiva in un furgone, altre in un albergo a cinque stelle, all’inizio tornava a casa «con una roccia di banconote da 5 e 10 mila lire, era così che venivamo pagati». Un settore ruspante, che col tempo si è dato delle regole, ma negli anni ’80 era quasi solo senso di avventura e lavoro in nero.
Ha fatto tre anni in giro con Notre-Dame de Paris, a casa ha una parete di 200 libri, sono quelli che ha letto durante quella tournée. «C’è chi ha collezionato donne, io ho accumulato romanzi». E poi il Maracanã di Rio, novecento proiettori, le luci al centro del mondo dell’inizio dei Giochi Olimpici quella sera le accendeva Fifo Franchini da Bologna, figlio di fornai. «Sai qual è il guaio?», mi chiede. No, non lo so. «È che nel nostro settore siamo professionisti iper-specializzati, ma se il settore chiude siamo solo cinquantenni con la terza media».
Entrambi lavoravano come addetti ai palchi per i tour musicali ed eventi importanti. Nello specifico, Massimo è un PA Man, cioè monta gli impianti audio per i concerti e Stefano è il responsabile luci per i tour. Lavoravano per l’azienda Agorà. A causa del Covid 19 e dello stop dei concerti nei teatri e negli stadi, Massimo e Stefano sono stati chiamati a lavorare da Amazon.
Quando è cominciato il lockdown, aveva provato a mandare curriculum ai panifici della zona, ma nessuno aveva lavoro extra da offrire con gli alberghi e i ristoranti chiusi. «Ho anche chiesto allo sfasciacarrozze, ma niente. Poi la mia ex moglie mi ha detto: guarda che c’è Amazon. Quattro giorni di colloquio, poi mi hanno detto: ok, Franchini, lunedì può iniziare». A Passo Corese, Massimo Luna invece ha trovato «la boa» che cercava. Il Covid ci ha preso tutti con la guardia abbassata, ognuno ha la sua traiettoria di cambiamenti interrotti e decolli annullati. Quando è arrivata la pandemia, Massimo si stava separando, dopo una lunga relazione logorata dalla vita da roadie: «Sei costantemente su un altro fuso orario emotivo, non è facile». A Natale, dopo una tripletta durata diversi mesi di Vasco, Ramazzotti, Jovanotti, è tornato a casa e ha deciso che quella relazione era finita. Sarebbe stato finalmente libero di vivere sul suo fuso da roadie, senza compromessi. Un mese e mezzo dopo si è trovato in lockdown, senza concerti, senza tour, senza compagna, in una «sistemazione di fortuna», e così ha cercato un punto fermo, «qualcosa che mi facesse almeno alzare la mattina». Non tutti potevano permettersi di fare il pane, né economicamente né esistenzialmente. Fifo ha cinquant’anni, Massimo quaranta, sono come marinai della musica
che dopo decenni di vita navigante si sono trovati con l’oceano prosciugato. Vedono il futuro con fatalismo, anche perché alternative emotive praticabili non ce ne sono. «Ho fatto tournée per trent’anni, sai che rallentare non è per niente male? Non sono andato in depressione, sono dimagrito, vado a correre, mi sono rimesso in forma», mi dice Fifo.
«Il futuro del mio lavoro non lo conosco, magari Amazon mi chiede di restare, magari Agorà mi richiama. Le finestre sono aperte e quel che arriva, io lo prendo». In Europa, secondo i dati di European Network for Live Music Association, nel 2020 sono stati cancellati 284 mila eventi musicali, il settore ha perso 1,2 miliardi di euro, 53 milioni di biglietti non sono stati staccati. Il titolo del rapporto è efficace quanto i numeri: European Venues and Clubs in Survival Mode («Locali e club in modalità sopravvivenza»). Ecco, survival mode, modalità sopravvivenza, è una scelta tattica che può essere interpretata in tanti modi, dipende da quello a cui devi sopravvivere, perché il Covid è l’opposto di una livella. Un artista famoso fa le dirette su Instagram e può mettersi a scrivere canzoni. La caduta ha
un effetto diverso, anche se va detto che tanti si sono esposti per i loro marinai: Tiziano Ferro, Cesare Cremonini, Elisa, Laura Pausini. Intanto gli intermittenti dello spettacolo fanno i rider, lavorano da Amazon, prendono i pochi aiuti del governo e aspettano che passi la tempesta. «C’è stata gente del mio settore che non poteva fare la spesa, altri non avevano i soldi per pagare il funerale di un genitore. Si sono create catene di solidarietà, ci siamo aiutati come potevamo», dice Fifo. «Mio fratello, Marco detto il Panda, lavora nel mio stesso settore e ha due anni più di me, ora svuota cantine a Bologna». Per gli intermittenti come loro c’è stato anche un problema di comprensione giuridica da parte di un sistema tarato per rispondere alle esigenze di un impiegato o di un operaio. Mi spiega Massimo: «Se Amazon mi assumesse a tempo indeterminato potrei comprare una casa. Col mio lavoro magari guadagnavo meglio, non come un chirurgo, ma meglio. Però non potevo nemmeno avere il finanziamento per la lavatrice. Il Covid ha messo a nudo la non organizzazione dei tecnici della musica. Non siamo né professionisti, né dipendenti, e siamo senza un vero sindacato». Quando si viaggiava a regime, il sistema produceva lavoro e reddito.
Ad alti livelli, come quelli di Fifo e Massimo, era una vita peculiare, non adatta a tutti, in cui si poteva guadagnare discretamente, a patto di non fermarsi mai. Il problema dell’immensa macchina musicale è stato l’assenza di un piano B, di una rete che imbracasse i lavoratori come le funi che Massimo si allaccia per controllare se le casse in alto funzionano o no. «Se il Covid, oltre a metterci in contatto con la precarietà dell’esistenza umana, ci fa capire che i tecnici dei concerti hanno bisogno di inquadramento sindacale, ben venga. Io i primi giorni di lockdown ho fatto pure le riunioni su Zoom per organizzarci, ma ho mollato subito». Fifo ha due ragazzi grandi, il rallentamento improvviso gli ha permesso di vederli più spesso, «ho accompagnato mia figlia al primo giorno di lavoro della sua vita. Le ho spiegato bene tutto, i suoi diritti, la tredicesima, la quattordicesima». Il mestiere di oggi non gli dispiace, «mi sento come se fossi tornato fornaio, arrivo la mattina, preparo il materiale per la giornata, così quando parto ho tutto quello che mi serve». Ha passato un’estate ad arrabbiarsi, lui fermo e le discoteche aperte. «Quelle mi hanno fatto un sacco male. L’essere umano questa estate mi ha fatto un po’ schifo». Poi si fa una risata, arrabbiarsi non serve a niente. Non è un allevatore di rancori. «Nella vita di prima, la metà del mio lavoro era dire alle persone cosa dovevano fare, e ho imparato una cosa che vale sempre. Non puoi chiedere a un pesce rosso di correre, gli puoi solo chiedere di nuotare». Mi saluta con l’umorismo dei fatalisti: «Avevo sempre aspettato il 2020, l’anno dei cinquanta, ci vedevo la congiunzione astrale del mio riscatto. Che occhio, eh?».
CAMBIO DIREZIONE Massimo Luna, 40 anni, ex montatore di impianti audio. Stefano Franchini detto «Fifo», 50, ex capo elettricista. Oggi lavorano come magazzinieri al centro logistico di Amazon a Passo Corese, vicino a Roma. (Nella foto sopra)
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