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Carlo Verdone al Vanity Fair Stories: «Non sentirmi mai sentito arrivato è stata la mia fortuna»

Carlo Verdone
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Le donne di Carlo Verdone
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Di fronte all’ondata di affetto che lo ha travolto per i suoi settant’anni, Carlo Verdone è rimasto stupito, a tratti disorientato. «Non ho chiesto niente a nessuno. Sapevo che avrebbero parlato dei settant’anni perché è un numero che pesa, ma non mi sarei mai aspettato una cosa del genere, inclusa la telefonata del Presidente della Repubblica: quando mi ha detto che sono un patrimonio per l’Italia mi sono chiesto se meritassi tutto questo» spiega Verdone a Malcom Pagani nel corso dell’ultimo intervento della terza edizione di Vanity Fair Stories, il teatro virtuale che dal 27 al 29 novembre ha accolto personalità di spicco del mondo dello spettacolo, dell’arte, della moda e della società per tenere viva, seppure a distanza, la cultura e la sua vitalità. «Forse qualcosa di buono l’ho combinato» riflette con tenerezza Verdone, convinto che la pubblicazione della sua autobiografia, La casa sopra i portici, abbia aiutato il pubblico ad avere un’idea più precisa della persona dietro al personaggio.

«Il libro ha fatto vedere una parte della mia anima che il pubblico non conosceva o che si immaginava. È un lavoro che viene ancora citato e che ho fatto per omaggiare la mia casa e per raccontare lo scatto che ho avuto dopo Borotalco: mi dicevo, quanto posso durare? Dieci anni? Mi sarei accontentato di quel pugno di anni perché mi sembrava già tanto, invece è stata una corsa continua, incessante, dove ho sempre cercato di sterzare, di trovare una chiave differente e di avere il coraggio di fare film come C’era un cinese in coma, che fu accolto in maniera fredda» racconta Carlo Verdone prima di parlare dei genitori che lo hanno cresciuto: il critico cinematografico Mario Verdone e sua moglie Rossana. «Mio padre era un senese che amava Roma più di un romano. Da mia madre penso di aver ereditato uno sguardo affettuoso verso il mondo: non ho mai raccontato la cattiveria nei miei film, ho sempre mantenuto un’osservazione bonaria, un’indulgenza verso i tic. Nel modo di raccontare, solo in quello, mi sento un pochino vicino a Fellini: anche lui non ha mai raccontato la cattiveria. Fellini i cattivi li prendeva in giro, così come me nei miei primi film».

Si vive una volta sola: il film di Carlo Verdone
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Per i cattivi che non ci sono stati, Verdone ha, però, controbilanciato con un gran numero di mitomani e megalomani, «delle categorie che suggeriscono molto alla commedia perché sono pronti a tutto. L’apoteosi della mitomania l’ho raggiunta in Gallo Cedrone, anche se tanti politici mi hanno superato in creatività e in fantasia»«Per tutti c’è un momento di difficoltà, la paura di non essere capiti. Il giudice perfetto ed equilibratissimo, però, è solo uno: il tempo. È il tempo a restituire la giusta dimensione a quello che hai fatto. Quanti film di registi importanti che all’epoca avevamo definito dei capolavori adesso rivaluteremmo? Penso, per esempio, a Ludwig di Visconti. Il peso del nome conta molto, forse molti critici ne erano suggestionati: se parlavi male di Visconti ti saltavano tutti i salotti di Roma. Oggi siamo più liberi, vediamo film a go-go in televisione: non è, però, che i tempi sono cambiati, era il film che era brutto». Alla domanda su cosa sia rimasto del Verdone di ieri alla luce della sterminata carriera che ha costruito, Verdone sorride: «È rimasto tutto. Gli anni passano e ti trovi in una situazione famigliare diversa, all’epoca ero figlio e ora sono padre. Sono rimasto semplice, ho più responsabilità, ma mi manca molto la libertà di camminare e di non essere visto. Rimanere me stesso è stata, forse, la mia fortuna: non mi sono mai sentito arrivato. Ogni volta che un film andava bene, dentro di me ero austero, mi dicevo: ok, questo ostacolo è superato. La vera felicità, dopotutto, è un po’ austera. Ogni volta che usciva un film, mio padre prendeva nota di quello che avrei dovuto migliorare per il prossimo, come il rovescio e la battuta per il tennista. Il mondo dello spettacolo è fragile, è per questo che devi prendere le cose con i piedi per terra».

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